Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.
(E. Che Guevara)
Il 22 settembre 2025 rimarrà “albo signanda lapillo dies”: nella coscienza del nostro popolo un “giorno da sottolineare con una pietruzza bianca” sul calendario, per la grandiosa mobilitazione pro Palestina in quasi tutte le città. Con altissima partecipazione di giovani, studenti, lavoratori, famiglie. L’onda è cresciuta lentamente, ma oggi la questione palestinese sembra muovere finalmente le coscienze, in modo per certi aspetti analogo alla ribellione del 1968 contro l’infame guerra di aggressione americana al Vietnam. Il governo di destra ha dovuto toccare con mano che il popolo italiano va nella direzione opposta rispetto alla sua politica ultrafiloisraeliana. La furbetta di Colle Oppio, che lo presiede pro tempore, cerca di correre ai ripari con l’infingarda mozione parlamentare volta a riconoscere lo Stato palestinese, a condizione che Hamas liberi gli ostaggi e si metta fuori gioco. Solita mentalità colonialista: se riconosci uno Stato, da erigere secondo le risoluzioni dell’Onu, come puoi non riconoscere anche l’autodeterminazione dei suoi cittadini e le loro autonome decisioni?
Secondo: liberazione degli ostaggi. Giusto. Ma, per par condicio, come fai a non dire che Israele deve liberare a sua volta le migliaia di ostaggi palestinesi, incarcerati con provvedimenti amministrativi, rinnovabili sine die, quindi prorogabili a piacimento dell’occupante? Chiarezza su Hamas. Io l’avverso, più che per il 7 ottobre, per il tipo di Stato cui, se diventasse egemone, darebbe vita, basato sulla sharia di tipo simil talebano. Per cui dico: Hamas è un movimento di resistenza? Sì. È un movimento di liberazione? No. Ma, in merito, siano i palestinesi a decidere, non altri dall’esterno. Il 22 settembre racchiude una molteplicità di significati. L’iniziativa di sciopero, promossa dai sindacati di base (e, non a caso, da nessun partito), ha visto l’incredibile partecipazione di massa, nemmeno lontanamente verificatasi tre giorni prima con lo sciopero indetto dalla Cgil. I dirigenti sindacali farebbero bene a riflettere sul grande problema della rappresentanza che è emerso. E poi: il successo ha tratto linfa anche dalla concomitanza con la straordinaria e coraggiosa navigazione della Flotilla e dai gravi attacchi che ha subito. È merito della poderosa mobilitazione di popolo se il governo italiano si è sentito in dovere di inviare una nave militare a vigilare sulle pacifiche imbarcazioni, come pure ha fatto la Spagna. E si è dovuto muovere anche il presidente Mattarella.
C’è da esigere che la fregata italiana non si converta in… fregatura… È accompagnata, la nave fregata, dal solito opportunismo governativo: Crosetto si è affrettato a dichiarare che “in acque israeliane non garantiamo sicurezza”. Mentre, invece, è ben li che serve, facendo presente a Netanyahu che quelle delle coste di Gaza sono acque territoriali palestinesi, che lui non ha nessun diritto di bloccare, come sta facendo da mesi. Naturalmente nessuno si auspica una guerra fra Italia e Israele. Al contrario, si tratta di fare capire a Israele che è nel suo interesse allentare l’isolamento internazionale, permettendo l’attracco delle imbarcazioni per consegnare ai palestinesi stremati i beni di prima necessità che trasportano. A tal fine perché Meloni e Tajani non convocano l’ambasciatore israeliano, diffidando il suo governo affinché la smetta di violare il diritto internazionale? E, considerato che le barche della Flotilla provengono da molti Paesi europei, chiedere con forza all’Ue di prendere iniziative analoghe, e non a chiacchiere?
È evidente la doppiezza del governo italiano: da una parte la mozione doppiogiochista e la… fregata, dall’altra il gioco di sponda con la Germania, per impedire che l’Ue applichi a Israele le pur pallide sanzioni previste. Così, poco meno di un secolo dopo, Meloni ridà vita all’Asse Roma-Berlino. Allucinante. Sono tutte queste le ragioni per cui, proprio adesso, bisogna intensificare la mobilitazione popolare e l’impegno democratico e non violento. Ricordando sempre che, quando è giusta, la lotta paga. Sono ormai 153 i Paesi che riconoscono lo Stato palestinese – e ben 4 su 5 i membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu – a sottolineare l’isolamento mondiale di Israele e Usa. Leader in declino, come Starmer in Inghilterra e Macron in Francia, pensate che avrebbero riconosciuto lo Stato palestinese, se non ci fosse stata la pressione delle loro opinioni pubbliche? E così è stato per l’Australia, il Canada, il Portogallo ecc.
È ovvio che il semplice riconoscimento non basta. È solo l’inizio, bisogna giungere ad azioni conseguenti che aiutino realmente la costruzione effettiva del nuovo Stato, unica soluzione per rendere non solo operanti i diritti dei palestinesi, ma anche per garantire la sicurezza di Israele, che altrimenti non avrà mai. Per quanto riguarda l’Italia, il dovere della maggioranza cosciente del nostro popolo – di ogni cittadino amante del diritto e della pace – è quello di moltiplicare le energie di cambiamento. Gli studenti nelle scuole e nelle università, i lavoratori, le realtà di base costruttive, gli intellettuali degni questa qualifica possono e devono fare la differenza. Tra l’ignavia della passività e l’orgoglio della trasformazione verso il futuro.