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“Macron un disastro, porta la responsabilità dei populismi di Le Pen e Mélenchon”, parla Marcelle Padovani

French President Emmanuel Macron reviews the troops with Nigeria’s President Bola Tinubu, Thursday, Nov. 28, 2024 at the Invalides monument in Paris. (AP Photo/Michel Euler, Pool) Associated Press / LaPresse Only italy and Spain

French President Emmanuel Macron reviews the troops with Nigeria's President Bola Tinubu, Thursday, Nov. 28, 2024 at the Invalides monument in Paris. (AP Photo/Michel Euler, Pool) Associated Press / LaPresse Only italy and Spain

Il caos francese, le sue ricadute sull’Europa. L’Unità ne discute con Marcelle Padovani, una delle più autorevoli giornaliste e saggiste francesi, storica corrispondente in Italia del Nouvel Observateur. Tra i suoi libri, ricordiamo Giovanni Falcone. Con Marcelle Padovani. Cose di cosa nostra (Bur Biblioteca Univ. Rizzoli), un libro che ha venduto 1,2 milioni di copie ed è una pietra miliare nella letteratura sulla mafia e chi l’ha combattuta; Mafia, mafie (Gremese Editore); Leonardo Sciascia. la Sicilia come metafora. Intervista di Marcelle Padovani (Arnoldo Mondadori editore) Les Dernières de la Mafia (Folio Actuel Inedit); Vivre avec terrorisme: le modèl italien (Calmann-Lèvy); La lunga marcia del Pci (Mursia).

È una tempesta perfetta quella che si è abbattuta sul sistema politico francese e sull’Eliseo?
È sicuramente la tempesta più grave che la Francia ha conosciuto nella sua storia repubblicana. Più grave anche del momento in cui si discusse dell’indipendenza dell’Algeria, nel 1962. Quella che la Francia sta attraversando è una crisi di una gravità storica.

In cosa si sostanzia questa crisi?
Il cahier de doléance è molto lungo. Limitiamoci ai tratti più gravi di questa crisi che non è solo politica, ma è anche sociale, culturale, per certi aspetti identitaria. C’è una decadenza istituzionale alla quale si accompagna il tramonto del mito della grandeur, un mito molto diffuso e unificante, quasi una “religione laica” nazionale. Oggi nell’opinione pubblica a prevalere è il disincanto. Un disincanto che prende corpo nelle manifestazioni, anche violente, del blocchiamo tutto, una riedizione dei Gilets jaunes, disincantata e senza sbocco. C’è questo, già di per sé molto grave, e poi, non meno grave, c’è la responsabilità personale di Macron.

In cosa si sostanzia la responsabilità dell’inquilino dell’Eliseo?
Macron ha amplificato il disgusto per la politica. Ha spinto ogni partito verso le posizioni estreme. Ha la responsabilità dei due populismi più potenti nel mondo occidentale: il populismo della Le Pen, anzitutto, accreditata del 31%. E il populismo di “sinistra” di Mélenchon.

Come se ne esce?
Qui il discorso non può che partire dal nuovo primo ministro francese, Sébastien Lecornu. Devo confessarle che su di lui sto cambiando idea.

Vale a dire?
Lui ha degli handicap politici evidenti. È stato scelto da Macron ma viene dalla destra. Inoltre, è l’ombra di Macron e questo non lo avvantaggia di sicuro visto il crollo della popolarità del Presidente. Venendo dalla destra ha anche dei contatti con il Front National. C’è una foto in cui lui pranza con Le Pen. Sul piano della personalità, dà l’impressione di essere timido, indeciso, una specie di vagabondo all’interno del mondo politico. È stato per tre anni ministro della Difesa, e non è cosa da poco.

I difetti sono chiari, i pregi e vantaggi?
Si diceva di lui ha un grande talento politico, eccelle nelle trattative, ha una semplicità storica alla Colbert, si veste con discrezione senza esibire il potere. Ma al di là degli aspetti esteriori, che comunque non sono di poco conto in una società dell’immagine, ci sono i primi atti politici che ha compiuto dopo essere stato indicato da Macron come nuovo primo ministro. Innanzitutto, ha già consultato tutti. Ha già proposto una serie di cose che dovrebbero convincere i socialisti a non sbarrargli la strada. Per Lecornu è decisivo, e non solo per un fatto di numeri, che il Psf non voti la censura quando a inizio ottobre presenterà all’Assemblea Nazionale le linee guida del suo governo. Ha già annunciato di voler tornare indietro sull’età del pensionamento. Non 64 anni ma 62. Ha previsto una sostanziale diminuzione dei tagli al budget statale. Saranno 22 miliardi e non 44. Ha dichiarato che annullerà il piano del suo predecessore François Bayrou di abolire due giorni festivi (il lunedì di Pasqua e l’8 maggio, che commemora la resa della Germania nazista nel 1945, ndr), restituendoli ai salariati. Si trattava, è bene ricordarlo, di una misura molto nota e dibattuta perché era una delle principali dell’impopolare piano di austerità economica su cui era caduto il governo Bayrou. Pochi giorni fa ha annunciato la fine dei vantaggi per gli ex ministri. Sul piano economico non è chissà cosa, ma sul piano simbolico ha un impatto molto significativo sull’opinione pubblica. Se togli la protezione della polizia, la segreteria garantita, l’autista, in tempi di crisi questo è un segnale impattante. Come il fatto che la pensione che gli ex ministri riceveranno ha un limite temporale. Questo lo rende popolare non tanto tra i socialisti ma nell’opinione pubblica, tra quelli che vogliono tutto e sono pronti a qualsiasi mobilitazione. Ad attenderlo sono due date da cerchiare in rosso…

Quali?
Domani (oggi per chi legge, ndr), 18 settembre, con la manifestazione dei sindacati. Che mobilitazione sarà? Avranno capito che Lecornu è disponibile. Le cose che ho prima elencate sono molto serie, impegnative. E poi la Dichiarazione di politica generale, il 2 ottobre.

In tutto questo, Macron?
Io sono una “macronista” delusa. L’ho votato, l’ho difeso e continuo a farlo sulla politica estera. È l’unico leader europeo che ha fatto delle proposte più che decenti sul riconoscimento dello Stato palestinese. Sono 27, finora, i Paesi che hanno aderito alla sua proposta. Il riavvicinamento con la Gran Bretagna è stato l’unico a far sì che la Gran Bretagna tornasse in qualche modo in Europa. Credo che anche l’opinione pubblica continui a ritenere valida la sua politica estera. Ma sulla politica interna è stato un disastro. Ha manifestato un profondo disprezzo per la politica del giorno dopo giorno. Non ha proposto una sola riforma di fondo, un tempo si sarebbe detto di struttura. Al ritorno al proporzionale, solo per fare un esempio, non ci ha mai pensato. In caso di censura per Lecornu, la seconda dopo quella di Bayrou, la via delle elezioni anticipate diventa politicamente obbligatoria. Se lui dovesse dare le dimissioni da Presidente, come lo spinge a fare Mélenchon, verrebbe eletta la Le Pen. Stavolta è sicuro. Mélenchon si assume il rischio di mandare alla presidenza della Repubblica la prima ex fascista francese. Nell’ultimo sondaggio, Macron ha il 17% di consensi nell’opinione pubblica; Le Pen ha il 35%; Raphaël Glucksmann, catalogabile tra i socialisti è al 23%; Mélenchon è al 21%.

Cosa è rimasto della gauche?
Olivier Faure, riconfermato alla guida del Psf al congresso di Nancy, ha avuto un recupero di credibilità quando ha annunciato che non voterà la censura a Lecornu, e avrà il senso del compromesso, che è la cosa che fino ad adesso è più mancata alla sinistra francese. Faure ha più volte fatto capire che non avrà un atteggiamento strettamente elettoralistico, e questo gli potrebbe permettere di recuperare consensi. I socialisti avevano perso il senso del compromesso, spinti solo da ragionamenti e calcoli elettoralistici, rivelatisi peraltro sbagliati in passato. Hanno completamente dimenticato l’’interesse nazionale”. C’è questo al fondo della crisi di quel partito. Ora, con Faure, potrebbero recuperare qualcosa e se riescono a fare un’alleanza seria con i “macronisti”, sotto l’egida di Lecornu, se la possono cavare e che soprattutto la Francia possa uscire riqualificata dopo questa esperienza.

Il riempire la piazza da parte della destra, è un fenomeno che va oltre i confini francesi, basta guardare a ciò che accade in Germania. L’Europa per molto tempo è andata avanti sull’asse franco-tedesca.
Ha ragione: è un fenomeno inquietante che va oltre i confini francesi e investe un po’ tutta l’Europa. La crisi francese, con le possibili elezioni anticipate e la dissoluzione politico-istituzionale, può trascinare con sé lo stesso disegno europeo. C’è anche questo in discussione. I socialisti francesi sono stati gli unici un Europa ad essere un argine tra il populismo di Mélenchon e quello del Front National. In Italia non è successo. E neanche in Germania, dove c’è un partito, l’AfD che è l’equivalente del Front National. Da come la Francia uscirà da questa crisi senza precedenti, dipenderà molto del destino dell’Europa. Se si riesce ad uscire da questa crisi di regime, da questa crisi di sfiducia, da questo disincanto popolare, se si riesce a dar vita ad un partito, e non solo ad un esecutivo, che sia in grado di dialogare con i sindacati e gli imprenditori, capace di praticare il senso del compromesso e della discussione, può essere un esempio, un modello per l’Europa.

Una goccia di speranza in un oceano dalle acque torbide. Vale per l’Europa come per l’America di Trump.
C’è una polarizzazione estrema che da qualunque parte la si osservi non può non destare allarme per il futuro. Il diritto internazionale, dalla Palestina all’Ucraina, è soppiantato dalla legge del più forte. Respiriamo un clima mefitico, che da un lato spinge al disimpegno, o all’astensionismo di massa come forma di protesta, e dall’altro lato, come risposta al populismo della destra, c’è il rischio di un ritorno alla rigidità ideologica, e anche questo sarebbe sbagliato. Il rifugiarsi nei vecchi schemi, le “vecchie bibbie”, come se fosse una comfort zone entro cui arroccarsi. Questo non aiuta. Non è nel ritorno al passato che si può sconfiggere i vecchi e nuovi autocrati che dominano il presente.