Molti hanno messo alla berlina la generosa partenza, forse un po’ pasticciona, della Global Sumud Flotilla, e confesso di esserne preoccupato anch’io, considerate la complicata navigazione e l’ostilità del governo israeliano: delle due traversie non si sa quale sia più pericolosa, ma la seconda è certamente la più perfida. Mi stupisce, in particolare, l’accanimento di persone vibranti di fronte ad ogni gesto sospinto da movimenti di solidarietà più o meno resistenti: segno dei tempi difficili che ci è dato affrontare. Non mi cimento in discussioni, ma vorrei comunque sottrarre loro un argomento che, se non decisivo, è comunque importante.
Esse sostengono che gli aiuti umanitari siano già disponibili – fermi, chissà perché, alla frontiera o distribuiti a piene mani da fiduciari del governo israeliano alle popolazioni disperate di Gaza – e che quella di Global Sumud Flotilla sarebbe perciò soltanto un’abile messa in scena con l’accattivante coreografia del mare e delle barche impavesate. In realtà, il soccorso dal mare verso comunità terrestri non è affatto uno stratagemma comunicativo, ma la conferma che il mare è anche una via di salvezza, non solo per chi è costretto a fuggire. Lo è stato in occasione di tsunami, uragani, cicloni ed in contesti bellici come in Libano nel 2006, quando navi militari e civili evacuarono circa 15 mila persone da Beirut e da altri luoghi costieri.
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Per dire di noi, sempre dal mare arrivarono aiuti alle Cinque Terre nel 2011 e all’Emilia Romagna nel 2023. In tali occasioni, nessuno parlò mai di sceneggiata comunicativa a favore di questa o quella fazione. Spero che tutto vada bene e sono contento per Genova, per i suoi portuali e per la nave di EMERGENCY, presidio civile di sicurezza in mare, che partecipa alla spedizione.