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L’ipocrisia della Biennale di Venezia, celebra l’Italia guardata dal mare ma dimentica che il Mediterraneo è una fossa comune

L’ipocrisia della Biennale di Venezia, celebra l’Italia guardata dal mare ma dimentica che il Mediterraneo è una fossa comune

Guardare l’Italia dal mare implica un cambiamento di prospettiva, impone la necessità di ripensare il progetto del confine tra terra e acqua come sistema integrato di architetture, infrastrutture e paesaggio”. Questo il tema del padiglione italiano alla Biennale di Venezia 2025, che con una ipocrisia quasi comica e con 800mila euro di contributo del Ministero della Cultura riesce a celebrare una serie di eventi sull’Italia guardata dal suo mare senza nemmeno vagamente accennare al fatto che, verso il fondale di quel mare, fluttuano tutti i giorni corpi di giovani migranti annegati, che vengono rapidamente divorati dai pesci. Al padiglione italiano della biennale tutto dedicato all’Italia vista dal mare, del fondale di quel mare non c’è traccia. “La partecipazione italiana è dedicata a un Mediterraneo allargato ai vicini oceani: la centralità del rapporto strutturale tra l’acqua e la terra, tra naturale e artificiale, tra infrastruttura e paesaggio, tra città e costa, incide sull’identità del Paese e sui delicati equilibri tra ambiente, uomo, cultura ed economia che devono essere sia tutelati nella loro integrità, sia ri-progettati per quell’imprescindibile adattamento a un futuro pervaso da nuove pressanti esigenze”, spiega la presentazione scritta delle 600 opere raccolte. In tale trionfo di cecità selettiva, oggi Pietrangelo Buttafuoco, presidente (uscente) della Biennale, con invitati il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, inaugura una installazione galleggiante. “Aquapraça” si chiama. Sentite eh: “Una piazza culturale galleggiante ormeggiata all’Arsenale di Venezia e aperta al pubblico come spazio di aggregazione per il dialogo globale sul clima”.

Chissà che qualcuno abbia voglia di andar lì all’Arsenale a ricordare a Buttafuoco, a ministro e vicemininistro, che il Mediterraneo non è una piazza, ma una fossa comune. Chissà che qualcuno voglia andar lì a testimoniare che nel cimitero d’acqua sotto le nostre coste i morti accertati sono 4225 soltanto negli ultimi due anni. E che gli annegati sono molti di più dei cadaveri, perché si riesce a contare soltanto i corpi trovati sulle spiagge e quelli recuperati in mare, non quelli ingoiati dall’acqua. Una stima dei morti è impossibile e i dati ufficiali non dicono il vero. Lo è tornato a spiegare di recente al Consiglio d’Europa il procuratore capo del Tribunale di Gela, Salvatore Vella, inascoltato, portando ad esempio i dati concreti di alcune delle sue inchieste su naufragi. Ne riportiamo qui una sola, una per tutte, riguardante un naufragio del 2016: 283 persone rimaste intrappolate nella stiva di un peschereccio colato a picco. I cadaveri ritrovati furono soltanto quelli di 5 migranti che stavano in coperta, per le statistiche quel naufragio ha 5 vittime. Di quei 283 nei dati dei morti del Mediterraneo non c’è traccia. E come questi, di migliaia di altri. I naufragi fantasma non sapremo mai quanti sono. Soltanto chi naviga a sud della Sicilia sa quanto spesso compaiono in alto mare gommoni semiaffondati, barchini di alluminio rovesciati, gusci di legno vuoti. Sono il segno che molte persone lì sono morte, senza che si sia saputo nulla del loro naufragio. Sono lapidi temporanee, poi affondano anche loro. Nessuno mai saprà quante persone c’erano sopra. Sono al ribasso le stime dell’Unicef che parlano di 3500 bambini annegati negli ultimi 10 anni. Al ribasso quelle dell’Onu che dà un totale di 20803 annegati. Numeri inutili, una spaventosa minuscola frazione del numero reale dei morti.

Ma di questa ecatombe alla Biennale della nostra Venezia che celebra l’Italia vista dal mare non c’è traccia. Sta scritto nel testo per i visitatori: “La mostra accoglie gli elaborati di singoli e gruppi, sia affermati sia emergenti, innescando un confronto intergenerazionale, interculturale e senza distinzioni di genere in cui passato e presente verranno accomunati, coinvolgendo progettisti, studiosi e operatori della cultura – ma anche giovani, poeti, artisti, enti di ricerca e del terzo settore – nel ripensamento del rapporto tra terra e mare, con l’esposizione sia di progetti di riqualificazione realizzati, sia di contributi prodotti ad hoc tramite l’uso di metodi multidisciplinari e multimodali, sia degli esiti di ricerche istituzionali e accademiche. L’ascolto di voci differenti, accolte secondo uno spirito inclusivo di persone, idee e mezzi espressivi, mira a stimolare il risveglio di una intelligenza collettiva capace di innescare un rinnovamento che parte dalle coste italiane per espandersi a livello globale. Spesso negate, abbrutite e abusate, le nostre coste sono in realtà luogo di incontro tra ecosistemi, culture, attività e religioni diverse, in cui l’azione umana sa e deve esprimersi anche con poesia e rispetto. Un rapporto così viscerale che proprio a Venezia aveva trovato il suo simbolismo più alto con il rito dello sposalizio del mare, celebrato ogni anno dal Doge a bordo del Bucintoro all’imboccatura del porto di San Niccolò al Lido, dove, dopo aver versato un vaso d’acqua santa, gettava tra i flutti l’anello benedetto dal Patriarca pronunciando le parole ‘Desponsamus te, mare nostrum, in signum veri perpetuique dominii’ (Ti sposiamo, mare nostro, come segno di vero e perpetuo dominio)”.

E ancora: “Le tematiche su cui siamo chiamati a riflettere derivano dalla necessità di garantire una gestione sostenibile e una valorizzazione ambientale e culturale delle aree costiere e portuali, fondamentale per la resilienza dei territori, la conservazione del patrimonio naturale e, in generale, un dialogo più equilibrato tra terra e mare. Tra le tematiche, alcune emergono con più urgenza: ripensare le cesure, determinate da aree portuali, strade litoranee, insediamenti turistici e strutture abusive che interrompono la continuità sia tra città e mare sia tra ecosistemi naturali; reinterpretare i dispositivi di soglia, elementi di transizione tra terra e mare come dighe, moli, frangiflutti e barriere costiere, fari, piattaforme artificiali; riscrivere i waterfront come processo di rigenerazione urbana che può trasformare le aree costiere, urbane e non, in luoghi vivibili, accessibili e sostenibili; ripensare le infrastrutture ricettive e portuali per adattarsi ai cambiamenti climatici riducendo il rischio di dissesti idrogeologici e l’impatto sull’ecosistema naturale; riconvertire l’archeologia industriale, portuale e produttiva, abbandonata lungo le coste; riscoprire il patrimonio sommerso, naturale e archeologico”. “Un invito rivolto a tutta Italia per immaginare la forma del mare, prefigurando visioni futuribili o utopiche, progetti e desideri per tutti quei luoghi di frontiera tra terra e mare in cui le regole dell’abitare sono assoggettate a una costante riconfigurazione Padiglione Italia – Biennale Architettura 2025 in relazione alle leggi della natura e dell’uomo”. L’inaugurazione ufficiale è oggi, all’Arsenale di Venezia.