“Davvero ora non potrei nascere?”. Se lo chiede Maria Giulia d’Amico, 31enne romana, nello striscione che l’associazione Luca Coscioni ha fatto comparire ieri davanti ai Musei Vaticani, in Piazza Risorgimento, per rilanciare la campagna “PMA per tutte”. Maria Giulia è nata nel 1994, da una madre che all’epoca era potuta ricorrere in Italia alla PMA (procreazione medicalmente assistita, ndr) anche se era single. E il paradosso è che oggi se una donna volesse fare ciò che ha fatto sua mamma, se volesse concepire un figlio da madre single, il divieto in vigore lo impedirebbe. Maria Giulia, come tanti altri, oggi non potrebbe nascere. Forse neanche essere un pensiero, visto che non si aprono grandi prospettive all’orizzonte (di certo per l’esecutivo non si tratta di una priorità in agenda). Da qui, il rilancio dell’iniziativa e della raccolta firme (che è in corso) per una petizione al Parlamento in cui si chiede la cancellazione del suddetto divieto, imposto dall’articolo 5 della legge 40 del 2004.
Quest’ultimo vieta l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle persone singole e alle coppie dello stesso sesso e, va detto, è forse proprio perché il tema coinvolge in parte anche le coppie lgbtq+ che si stentano a fare passi avanti. Anche se le resistenze, negli anni, sono state piuttosto trasversali. E hanno costretto migliaia di persone ogni anno ad andare all’estero per realizzare il proprio sogno di famiglia. Che è dunque rimasto nel cassetto per chi non ha le possibilità economiche per spostarsi e per sostenere le spese. Una vera e propria discriminazione di classe, dunque, che si aggiunge a quella “di categoria” (no madri single, no coppie omogenitoriali, sì solo per quelle eterosessuali).
E anche se negli anni, spesso proprio grazie all’impegno dell’Associazione Coscioni, parecchi divieti della legge 40 sono stati cancellati dai tribunali (come quello che impediva di accedere alla fecondazione eterologa), il no all’accesso alla PMA per le suddette categorie è rimasto, nonostante la Consulta abbia riconosciuto che non esistono impedimenti costituzionali a una sua estensione.
L’affissione sarà visibile fino al 18 settembre, giorno in cui l’associazione Luca Coscioni depositerà in Senato le firme raccolte a sostegno della petizione, che chiede appunto la modifica dell’articolo 5 della legge 40 sulla fecondazione assistita. L’obiettivo è raccoglierne 50mila (quelle che servono per portare la petizione in Parlamento) entro quella data.
Sull’affissione, in primo piano, come si diceva, c’è il volto di Maria Giulia, che fa parte del gruppo “PMA per tutte”, nato all’interno dell’associazione Coscioni per promuovere iniziative sul tema e che oggi conta circa 30 donne. Le avvocate Filomena Gallo e Francesca Re, rispettivamente Segretaria e Consigliera Generale dell’Associazione Luca Coscioni, hanno parlato del divieto di accesso alla PMA a donne single e a coppie omosessuali come di “gravi discriminazioni”. E hanno concluso: “Il legislatore ha oggi la responsabilità di intervenire per rimuovere tale ostacolo e per garantire pari accesso a chiunque ne abbia bisogno, come già chiedono il Parlamento europeo e il Comitato ONU per i diritti sociali”.