Il secondo giorno dell’82esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia segna il ritorno di un’attrice che al Festival deve tanto del suo successo, sia come interprete sia come produttrice, Emma Stone. L’attrice aveva vinto la Coppa Volpi nel 2016 grazie a La La Land di Damien Chazelle e poi, nel suo sodalizio artistico con il visionario regista greco Yorgos Lanthimos aveva prima lasciato il segno con La favorita nel 2018, e poi fatto la storia con Povere Creature, film presentato al Lido senza di lei, a causa dello sciopero, nel 2023, ma vincitore di ben 4 premi Oscar.
Con Bugonia, nelle sale italiane con Universal Pictures dal 23 ottobre, Stone torna in concorso con Lanthimos e con un altro attore della “famiglia” del regista, Jesse Plemons, per una storia claustrofobica e semi-distopica su di una amministratrice delegata di una multinazionale, rapita da due giovani con l’ossessione dei complotti perché creduta un’aliena intenzionata a distruggere il pianeta Terra.
Remake del sud-coreano Save the Green Planet di Jang Joon-hwan, del 2003, il film, racconta Lanthimos, “parla del presente e di come siamo scollegati dalla realtà”. Il regista parla della sceneggiatura scritta da Will Tracy: “è stata una delle prime volte in cui sono stato coinvolto dall’inizio in un progetto e mi ha conquistato, ho pensato che fosse molto divertente, di grande impatto e che ti portasse a riflettere sulle cose in maniera molto profonda. Da subito ho voluto realizzarlo proprio perché ho pensato che fosse molto rilevante tre anni fa e soprattutto adesso, sfortunatamente”.
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Quasi unità di luogo per un film che si svolge per la maggior parte dentro uno scantinato dove la presunta aliena viene incatenata, torturata, per estorcerle la verità sulla sua identità. L’apicoltore Teddy (Plemons) si serve del cugino che da lui dipende affettivamente e mentalmente, per far rasare i capelli a Michelle e cospargerla di lozione anti-alieni, prima di affrontarla riguardo a un presunto piano di un armageddon planetario che prevede l’estinzione delle api (il titolo del film si riferisce a un’antica credenza greca secondo cui le api nascerebbero dalla carcassa di un bue sacrificato), e un’eclissi lunare. Nelle sue note di regia Lanthimos è molto chiaro rispetto al tema preponderante di Bugonia da cui nessuno può considerarsi esente: “Nel mondo di oggi – sottolinea – le persone vivono in bolle che sono state esaltate dalla tecnologia. Le idee sulle persone si accrescono a seconda della bolla in cui si vive, andando a creare un grande divario tra esse. Volevo mettere in discussione le convinzioni dello spettatore su ciò di cui abbiamo molta certezza, sui giudizi che si danno riguardo a certi tipi di persone. È una riflessione molto interessante sulla nostra società e sui conflitti del mondo contemporaneo”.
È forse la speranza che l’estrema situazione in cui si trovano i personaggi di Bugonia sia pura finzione a guidare un commento in conferenza stampa che definisce il film “distopico”. Lanthimos, tra i pochi registi esposti a favore della causa palestinese con tanto di spilla con bandiera indossata sulla maglietta, risponde amaramente al riguardo: “Sfortunatamente gran parte della distopia di questo film riflette il mondo reale, non lo definirei quindi distopico. Parliamo di quello che sta succedendo adesso e quello che stiamo vivendo e attraversando e credo che le persone presto saranno chiamate a scegliere un corretto cammino. Se consideriamo la tecnologia, le guerre, il cambiamento climatico e il fatto che molti stiano negando tutti questi problemi, definirei il film davvero un riflesso dei nostri tempi. E spero che riusciremo a far riflettere le persone su quello che sta accadendo nel mondo”. Tutti interpretiamo una parte e nessuno, a causa dei social e dell’immagine di sé che porta avanti in pubblico, riesce a sottrarsi al giudizio esterno.
Bugonia estremizza un sentimento che è stato almeno una volta condiviso da tutti noi, la sensazione di non avere del tutto il controllo della propria esistenza e che si faccia tutti parte di un misterioso disegno più grande. Lo ricorda Emma Stone quando rivela il suo modo di gestire l’essere alla mercé dello sguardo e le opinioni della gente, a causa o grazie alla fama: “Credo che tutti ci confrontiamo con questo aspetto, anche attraverso i social possiamo sentirci al di fuori del mondo reale. Tutti pensano di conoscerci e di poter esprimere qualsiasi opinione. Tutti abbiamo un avatar, una versione diversa di noi stessi, che va gestita. Per rimanere sana devo necessariamente separare queste due realtà: c’è una versione di me che vedete qui e poi c’è quella che sono con i miei amici e la mia famiglia. Mi rappresentano entrambe ma faccio questa distinzione. Chi vi dice che non sono un’aliena? – commenta provocatoriamente. È narcisistico pensare che siamo soli nell’universo. Agli alieni ci credo”.
Non è l’unica diva della seconda giornata di Mostra, Emma Stone, poiché sono molti i ritorni famosi al Lido. Noah Baumbach infatti, riporta George Clooney a Venezia a un solo anno di distanza dalla sua apparizione in coppia con Brad Pitt per Wolfs poiché è il protagonista di Jay Kelly, film scritto a quattro mani con l’attrice Emily Mortimer ( e non più con la moglie Greta Gerwig) che segue le vicende della celebre star del cinema Jay Kelly (Clooney) e del suo devoto manager Ron, interpretato da Adam Sandler, durante un viaggio improvvisato tra Parigi e la nostra Italia. Un divo immerso in una crisi profonda che lo costringerà a riguardare le scelte fatte e i legami sacrificati per il successo. Assente dalla conferenza stampa causa acuta sinusite, George Clooney cede il compito di raccontare il percorso fatto con il film al suo regista e ai suoi compagni di avventura. “È una grande emozione fare la parte di un uomo che è molto devoto ad un personaggio come quello di George” rivela affettuosamente Adam Sandler e continua: “ammiro tutte le persone che agiscono in questo modo e so quanto valore abbia. Lui dà il suo cuore a Jay ed anche le persone che lavorano con me mi trattano così e questo ha grande importanza”.
Baumbach rivela l’intento primario del progetto Jay Kelly condiviso con Emily Mortimer: “C’è qualcosa che ci attrae sia del personaggio che nelle premesse di una star del cinema che affronta una crisi, un viaggio interiore ed emotivo. Abbiamo scoperto che se si fa un film sull’attore, si fa un film sull’identità, sulla performance, sulla ricerca di se stessi e il cercare di trovare se stessi in un personaggio, ed è quello che sostanzialmente stiamo facendo tutti man mano che andiamo avanti nella nostra vita. Ci chiediamo: chi è la persona che rappresentiamo all’esterno? è chi siamo veramente?. Abbiamo giocato con questa idea”.
Laura Dern, che aveva già lavorato con Baumbach a Storia di un matrimonio che le era valso l’Oscar per la migliore attrice non protagonista, cita una celebre frase dal film Jerry Maguire ed elogiando il regista dice: “Noah mi ha convinto al ciao, lo seguirei ovunque. Essendo cresciuta in una famiglia di attori, una cosa di cui ho grande esperienza è l’onestà radicale delle persone che mi hanno cresciuta sulla percezione del sé, dei propri difetti, del privilegio dell’essere attore come vocazione. Non ho mai pensato che fare l’attrice fosse una maschera ed è stato un grande dono in questo film essere circondata da una comunità straordinaria e da George Clooney che ci ha regalato una grande performance”.