La decapitazione dei vertici del movimento Houthi nello Yemen. A questo ha portato il pesante raid missilistico israeliano nella capitale Sana’a, il secondo da parte dell’IDF negli ultimi cinque giorni, avvenuto giovedì.
A diffondere la notizia sono state fonti mediatiche yemenite rilanciata da testate israeliane, ma in particolare il canale Al-Jumhuriya, con sede ad Aden, vicino agli oppositori degli Houthi.
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Al momento dell’attacco compiuto dalle Forze di Difesa Israeliane il “primo ministro” Houthi, Ahmed al-Rahawi, si trovava in un appartamento nel quartiere Bayt Baws della capitale, che dal 2014 è sotto il controllo del gruppo ribelle.
Con lui, ma le informazioni non sono confermate, si trovavano il Capo di Stato Maggiore Mohmmad all Ghamari e il responsabile della difesa Mohammed al Athifi: forse i tre erano assieme per ascoltare un intervento televisivo preregistrato della guida suprema del movimento sciita filo-iraniano, Abdel Malik al Houthi.
L’attacco dell’IDF che avrebbe decapitato parte dello “stato maggiore” Houthi rientra di fatto nel conflitto con Hamas, di cui il gruppo sciita è alleato: dall’inizio dell’invasione israeliana nella Striscia di Gaza, i miliziani yemeniti hanno ripetutamente attacco il territorio israeliano con lanci di missili, che raramente hanno provocato effetti significativi. In risposta Israele ha più volte bombardato le aree dello Yemen sotto il controllo Houthi, sostenuti anche dagli Stati Uniti.
Gli Houthi hanno sostenuto Hamas e la causa palestinese soprattutto però con le incursioni militari lungo le rotte del Mar Rosso, prendendo di mira i cargo mercantili e le petroliere di proprietà di compagnie occidentali. Attacchi che hanno costretto spesso queste compagnie ad evitare il passaggio per il canale di Suez e usare la rotta africana, più lunga e dunque inevitabilmente più costosa.