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Spionaggio antimafia: perché chiunque può cadere nella rete

Spionaggio antimafia: perché chiunque può cadere nella rete

Ci sarebbe nuovamente il sigillo antimafia, la patacca buona a giustificare ogni sorta di abuso, sulle operazioni di dossieraggio con cui alcuni pubblici ufficiali avrebbero raccolto dati relativi alle attività di politici e imprenditori, puntualmente finiti sui giornali. Ieri le prime cronache riferivano che gli episodi di divulgazione di quei dati sui mezzi di informazione erano “pochi”: come se dovesse tranquillizzare il fatto che la bava velenosa di un’attività di spionaggio in seno all’amministrazione pubblica, e prodotta da appartenenti alla stessa amministrazione pubblica (non da banditi intrufolati), ha contaminato dopotutto solo in qualche occasione (mica tutti i giorni!) il circuito dell’informazione italiana.

Il fatto che questi dati provenissero dal sistema bancario – che ha l’obbligo di segnalare alle autorità competenti, tra cui quelle “antimafia”, la presenza di “operazioni sospette” – aggrava anziché attenuare la responsabilità di chi ha messo insieme quei dossier giunti inopinatamente (si fa per dire) nelle redazioni del glorioso giornalismo d’inchiesta: così come, appunto, peggio semmai ci si sente quando si apprende che la cosa avveniva a spizzichi e bocconi, secondo il tipico protocollo mafioso della delazione anonima a puntate. Ma diciamo immediatamente che le indagini della Procura perugina, che per ora sarebbero a carico di un unico funzionario (il quale respinge gli addebiti), non potranno rendere ragione di un sistema che se non è preordinato alla commissione di simili abusi certamente li rende possibili.

Varrà la pena di ricordare che è eseguito in nome della trasparenza antimafia il rastrellamento giudiziario di trecentocinquanta persone che coinvolge il responsabile dell’estorsione di un cabarè di pasticcini. Sarà bene tenere a mente che è disposto in nome della trasparenza antimafia il sequestro dell’azienda perché il cugino del titolare è stato visto a un party col pregiudicato. Sarà il caso di non dimenticare che è ordinato in nome della trasparenza antimafia l’arresto del medico settantenne che ha prescritto un farmaco per la cura del cancro di un boss.

E bisogna ficcarsi in testa che è tessuta in nome dell’antimafia la rete di leggi e adempimenti e filtri e dispositivi che un qualsiasi funzionario disinvolto è in grado di dispiegare quando vuole, come vuole, dove vuole per farci cadere dentro pressoché chiunque: perché c’è posto per la responsabilità di chiunque nel sistema antimafia che pretende di scovare il crimine nell’incarto delle pasterelle e nelle frequentazioni del prozio del pizzicagnolo dell’intercettato.

Ma qui – per il soprammercato di una tigna liberale indiscutibilmente deplorevole, perché rivolta alla tutela dei potenti di cui notoriamente si fa ventriloquo il garantismo peloso – qui c’è da denunciare la piega particolarmente allarmante di quest’ultima ipotesi (chiamiamola ipotesi, per ora) di interferenza dello spionaggio antimafia: e cioè che la faccenda riguarda esponenti politici.

Che saranno anche tutti mascalzoni, secondo il criterio cingolato dell’onestà giudiziaria, ma ancora costituiscono un residuo dell’organizzazione democratico-rappresentativa formalizzata in quest’altro residuato, la Costituzione della Repubblica, secondo cui la sovranità non appartiene né ai militari della Guardia di Finanza né e pubblici ministeri. E quelli, gli orrendi politici, rappresentano un presidio in ogni caso più affidabile (anche perché revocabile) rispetto al potere in divisa o in toga (è uguale) che assembla e distribuisce veline.