QuitTheDoner: «Grillo web Tv senza confronto»

Di Rachele Gonnelli
25 marzo 2013
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Ha fatto studi filosofici e di comunicazione di massa, ama la scuola di Francoforte, la psicologia lacaniana, il cibo unto, ha trent’anni scarsi, accento nordico, QuitTheDoner come lavoro fa altro, ma per passione scrive lunghi articoli in cui mette ai raggi x il blog più famoso d’Italia, quello di Beppe Grillo sulle orme di Giuliano Santoro. E li pubblica sul suo diario digitale, cioè un altro blog, raggiungendo anche mezzo milione di condivisioni.

Nel suo ultimo post Grillo se la prende con troll, fake e multinick, insomma si sente vittima di stalking digitale da parte di chi lo spinge ad allearsi con Bersani.
«Sì, suddivide i messaggi in categorie e dice che ci sono dietro dei professionisti. Bello, perché sul web girano analisi che al contrario mettono in luce la serialità delle risposte, sempre con le tre o quattro argomentazioni, con poche varianti e nomi che ricorrono o sembrano creati in serie. C’è chi ipotizza che ci sia dietro la Casaleggio Associati ma personalmente non ne ho le prove. Comunque quest’attacco conferma la mia tesi: Grillo ha di internet un’idea da sessantenne italiano medio, lo usa come un canale televisivo, senza contraddittorio. Chi sta con lui è perbene, poi c’è la “kasta”, il nemico. Questa categoria che inizialmente indicava il polo Pdl-Lega si è andata dilatando man mano che quest’area diminuiva d’importanza, ha inglobato il Pd, sotto elezioni è arrivata agli alti funzionari, e ora include tutti i dipendenti pubblici, insegnanti inclusi. Chi mette in discussione i suoi proclami è un “troll” di mestiere, perché lui è il Verbo, al servizio di schemi superiori. È un Berlusconi al quadrato. Solo che Berlusconi assoldava pletore di giornalisti, Grillo invece si è fatto lui stesso media, l’uomo col megafono, un’immagine neanche nuova, vista in Sidney Lumet nel ‘76. La sua narrazione è la Verità, d’accordo o no, chi si oppone è in malafede. Questa è la potenza del suo messaggio e ne rivela la natura autoritaria».

Il suo movimento non è anti-sistema?
«È la migliore garanzia per il sistema. Del resto Goldman Sachs, Mediobanca e persino l’ambasciata Usa lo apprezzano e lo seguono con attenzione. L’ego è al centro del marketing e Casaleggio è bravo, bravissimo nel marketing. È anche pericoloso perché ha una visione del mondo totalitaria, oltre che apocalittica, e ha creato un nuovo partito-azienda come Forza Italia agli inizi».

Ma l’enfasi sulla democrazia diretta attraverso la Rete, allora?
«Il mito coltivato anche da Grillo del web come paradiso della partecipazione orizzontale è una fandonia. Nel web 2.0, che sono i social network, esistono gerarchie non manifeste, nascoste nei meccanismi della Rete. La Rete non è un luogo astratto della democrazia. Come dice Eugeny Morozov, ricercatore di Stanford, esistono algortimi che indirizzano su Google le ricerche e noi ci fidiamo dei risultati senza conoscerne il meccanismo. Esiste la piattaforma liquid feedback lanciata dal Partito pirata in Germania ma Grillo non l’ha mai messa online. La sua idea di referendum su internet non è democrazia, è un plebiscito telematico. Oltre a Casaleggio del resto non c’è nessuno che può parlare oltre a lui, avrebbero volentieri fatto a meno dei due capogruppo Crimi e Lombardi. Nei partiti classici i troll sarebbero correnti, i funzionari farebbero da filtro ma anche da mediatori. Nel MS5 c’è solo il leader e il votante».

Nel video «Gaia» è l’individuo solo di fronte al mondo, come il consumatore di fronte al mercato?
«Certo. Risponde alla parcellizzazione neoliberista in cui il cittadino è solo di fronte allo Stato e a forze oscure, senza corpi intermedi. Dopo aver distrutto lo Stato sociale ora l’ultimo baluardo per la scuola di Chicago è attaccare l’istituto della democrazia».