Ecco chi ha vinto
le elezioni (sul web)

Poche ore al risultato delle elezioni, giusto il tempo per riavvolgere il nastro su una narrazione durata settimane, un racconto fatto come mai prima d'ora anche in rete...
Di Giuseppe Rizzo
24 febbraio 2013
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Twitter: @grrrizzo

Poche ore al risultato delle elezioni, giusto il tempo per riavvolgere il nastro su una narrazione durata settimane, un racconto fatto come mai prima d'ora anche in rete. Partiti e leader questa volta hanno cercato di usare Internet con una parvenza di modernità. Siamo ancora di là dallo sfruttarne la complessità come fa un Harper Reed, rockstar che ha assicurato la riconferma di Obama con un affilatissimo uso dei big data (leggi: Like su Fb, tweet, commenti nei forum ecc.). In Italia, per alcuni politici è stato un salto nel futuro anche solo non considerare Twitter come la versione aggiornata dei comunicati stampa. I simboli ammessi dal ministero dell'Interno sono stati 184. Per ragioni di spazio (e sopravvivenza) prendiamo in considerazione i principali partiti e leader della corsa a palazzo Chigi.

Tra loro, Monti è quello che ha dovuto fare più in fretta, quello la cui "riconversione" al web è stata la più pirotecnica. Dal loden ai cinguettii in 140 caratteri il passo non era breve. Proforma, la società di comunicazione che ha fatto ottime cose anche con Vendola, gli ha dato una mano fondamentale. E così è su Twitter che il professore ha annunciato la "salita in politica". Su Fb ha condiviso il suo primo spot e aggiunto quelle note personali (i film preferiti, gli affetti) che nell'anno di governo erano state impenetrabili. E pazienza se poi questa accelerazione ha mostrato anche una certa ingenuità digitale (le faccine, i Wow). Ma Monti è stato anche il primo a usare Vine (app che consente di fare video di 6 secondi) per uno spot elettorale. Vine è la novità del momento, un territorio ancora non egemonizzato, eppure a parte Vendola, che si è offerto di rispondere ad una vera e propria "vine-intervista" su Unita.it, i più l'hanno snobbato.

vineIl segretario del Pd si è mantenuto fedele alla sua linea: "La comunicazione sta alla politica come la finanza sta all’economia: utili entrambe, ma non possono prendere il comando". Questo non significa che anche Bersani non abbia giocato la sua partita in rete. Lo ha fatto grazie al sito del Pd, che con la direzione di Tiziana Ragni spesso è entrato nei titoli di giornali e siti (con i doodle, la satira dei Fantastici 5); con le dirette streaming di Youdem; e poi attraverso i canali Fb e Twitter, dove il segretario (e il suo staff) ha alternato la comunicazione ufficiale a quella più informale (la foto con Renzi dopo le primarie, quelle dei giri per l'Italia). Assieme ai Marxisti per Tabacci, poi, Bersani ha collezionato il fan club più divertente: quello del "Bersani Vittorioso", Tumblr che in una serie di fotomontaggi lo immagina trionfante dappertutto, dalle copertine dei Queen alle finali delle Olimpiadi.

Silvio Berlusconi ha preferito invece la bulimia televisiva. Antonio Palmieri, il responsabile della comunicazione digitale del Pdl, ci ha provato a instradare il Cavaliere sui sentieri del web, ma con scarsi risultati. Non che Berlusconi non ne abbia intuito le potenzialità. Ha parlato dei social in continuazione, ma poi li ha disertati ("pieni di cattiverie inutili", come li ha definiti), facendo gestire tutto alla sua squadra. O peggio a dei "volenterosi digitali". Che, tra l'altro, mentre lui si divideva tra una TeleJulie e un Santoro, twittavano cose come: "Raitre fa cagare...La Gabbanelli sembra la Bindi...Servi della sinistra e delle banche...". E' il tweet-boomerang comparso e poi fatto sparire dall'account @berlusconi2013: poi dice le cattiverie.

Grillo ha raccolto il lavoro di anni di presenza massiccia in rete (e di studiata assenza televisiva) a San Giovanni, dove ha potuto cancellare la figuraccia delle Parlamentarie, quello che doveva essere lo strumento web per eccellenza del M5S e si era trasformato in un imbuto con molte ombre (da quelle sulla poca trasparenza del meccanismo, a quelle sull'inconsistenza delle candidature).