I colori di Mr. Wimbledon
l’ignoranza dello sponsor

Londra, olimpica
DAL NOSTRO INVIATO MARCO BUCCIANTINI

Così perfettamente educato dal blasone e dall’abitudine più che centenaria, Mr. Wimbledon è stato uno squisito padrone di casa. Se c’era un punto dove i modernissimi Giochi potevano trovare resistenze era all’ingresso di questo tempio che ha difeso la sua tradizione come se questo ripetersi di tutto, e sempre allo stesso modo, possedesse una verità intrinseca. Il combattimento è durato un attimo, necessario a quelle due o tre pompose manovre che servono ad aprire i cancelli in ferro battuto e lamiera, per l’entusiasmo di chi entra in questo posto protetto dalla corruzione del tempo.

Wimbledon si è fatto colorare dal viola olimpico, che non stona con il verde brillante del primo giorno di incontri, quando l’erba è ancora viva. E il bucato è diverso: il candore bianco dei tennisti è uscito dalla lavatrice impastato dagli sponsor e dalle tinte della patria. Per citare i vincitori osservati di persona: Federer era rosso-Svizzera, con richiami Nike. Seppi era azzurro-Italia, con inserti Fila. Berdich era soprattutto nero-rabbia, per aver mostrato per l’ennesima volta che il talento, senza la testa, serve solo a rimpiangere un torneo finito al primo turno. Questa olimpica di Wimbledon è una versione più popolana e chiassosa, va detto senza vergogna e va confermano con un sapore: allo spaccio di fragole e crema (scarsa, quest’ultima, in consistenza e sciapa nel gusto) c’erano appena cinque persone nell’ora più gentile con l’appetito. Al banco della pizza – uccisa da salse demenziali, peperoni industriali e avanzi di maiale (una veniva offerta perfino con una ripassata di fagioli in umido sopra) – la fila invece s’ammontava tanto da costringere i faticanti del catering a chiamare rinforzi. Se imparassero a contenersi all’olio d’oliva, al pomodoro e alla mozzarella, dovrebbero transennare il quartiere.

Dunque si può cambiare, conoscere il nuovo, sbagliando anche una dose o imbrogliando una semplice ricetta. Arrivando al colore giusto come un pittore curioso. Per riaccompagnare alla porta tutti, con i ringraziamenti o i risentimenti del caso, e decidere di piacersi così, 144 anni portati bene, perché tenuti al riparo dal mondo al di là del cancello, evitando di leggere quelle parole di un filosofo che è sopolto dall’altra parte della città, nel cimitero di Highgate: «La tradizione di tutte le generazioni passate pesa come un incubo sul cervello dei vivi», scrisse Karl Marx.

I Giochi sono questo: un foglio che scivola sotto una porta che si credeva chiusa, l’aria che sbatte sulla finestra e la apre. E - purtroppo - anche una comitiva di sponsor famelici e ignoranti, che non sanno bussare alla porta, arrivano e appiccicano un telo sopra l’orologio (il grande Rolex) fissato all’esterno del centrale, che da sempre indica l’ora a tutti i visitatori, per rimpiazzarlo con l’Omega “ufficiale”. Quell’orologio era un pezzo di questo museo che è Wimbledon, averlo coperto è vandalismo.