Giorgio Caproni

Rovine invisibili

 
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Di Giorgio Caproni
21 gennaio 2010
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Antonio aveva detto: «Costruiremo qui: metteremo qui la nostra rimessa, Giulia». Aveva quasi squillato il nome di Giulia e a lei per la prima volta Antonio era apparso come un uomo felice. Senonchè era tornato subito nel suo guscio - il suo viso aveva subito riassunto l’aspetto chiuso di sempre: «un uomo troppo serio», diceva la gente. Un uomo che tuttavia lei amava così, nella sua dura scorza, proprio per quel viso che non s’incrinava mai in ambiguità e sotto il quale dominava quell’unico pensiero fisso cui lei, come una forte spalla, s’appoggiava con tanta fiduciosa dolcezza: la volontà di uscir dalla fame e di tirar su la rimessa per lei e per i loro bambini.

Lo spiazzo era tra il greto del torrente, gremito di ciottoli asciutti e bianchi come ossa prosciugate, e lo stradale all’ultimo limite della città. Ed era una cosa facile, con la mente, togliere da quel terreno i cupi e grassi mentastri e mettere a ridosso dei monti cupi il dado colorato del «noleggio» quale loro lo volevano, col distributore rosso davanti e (anche questo era nel progetto) lo spaccio di gazzose e birra.

«Passerà di qui tutta la città per andare al Santuario», aveva ancora detto Antonio. «È il posto ideale per chi vuol partire di qui con un mezzo da lasciare poi qui, all’orlo della città».

Giulia sentiva ormai dentro di sè lo strepito dei motocicli nel chiaro crepuscolo a maggio, e già vedeva arrivare giovanotti allegri che volevano portare al Santuario la ragazza e poi tornare la sera. Vedeva arrivare anche i cacciatori - si sarebbero fermati lì, a quell’ultimo posto urbano, come tutte le macchine in transito. E in quella nuvola di strepito e di polvere inventata dalla sua mente Giulia vedeva la sua dolce casa - vedeva alfine le sue stanze nel dado della rimessa e, dietro il dado, l’orto da annaffiare proprio a quest’ora, nell’aria tanto aperta e tepida del del vespro di maggio. Ed era talmente penetrata in questa sua invenzione che le labbra le si erano mosse quasi inavvertitamente nel dire: «Però i ragazzi è bene che tu li tenga nell’orto, fuori della strada. Verranno ad aiutarci quando saranno più grandi - Dina alla buvette e con le macchine Arturo».

Era tutto questo, in Giulia, un ricordo di oltre sei anni fa. Ora Arturo aveva l’età giusta per poter curare le macchine e Dina per poter accudire alla buvette. Ma Giulia dopo sei anni e più era tornata sola a rivedere di passaggio (un passaggio obbligato) lo spiazzo dove non era più possibile nemmeno con la mente levar via i mentastri: dove da nessuna parte del mondo Antonio avrebbe mai più potuto giungere a costruire il suo dado e a porre per lei quelle dolci stanze che in nessuna parte del mondo lei non avrebbe trovato più.

Nel rivedere il luogo di quella speranza distrutta, Giulia dopo sei anni non si lasciò vincere dal pianto. Aveva imparato anche questo: che le lacrime oggi non addolciscono il petto di nessuno e non tirano su un mattone. Giulia aveva pensato soltanto questo, rivedendo lo spiazzo e le ossa prosciugate del greto: aveva pensato perchè si viene al mondo se una speranza può crollare così irreparabilmente, perfino quella che non oltrepassa quanto dovrebbe esser concesso a due creature umane: a un uomo e a una donna che hanno accatastato giorni e mesi e magari anni duramente vissuti in fatica per dare due dolci stanze ai bambini. Non si domandava esattamente così, con una così lunga tirata, ma certo convergeva lì il senso di quell’odio ormai calmo, quasi come un latte, che sentiva salire in lei fino a indurirle il seno mentre le labbra le tremavano un poco al ricordo d’Antonio. Il quale era un uomo che non esisteva più come tanti altri - un uomo interamente consumato e finito per sempre in polvere in un feroce gioco che altri uomini, senza nemmeno chiedergli il consenso, avevano scatenato nell’universo intero. Un uomo distrutto proprio mentre stava per raggiungere la compiutezza della sua figura ponendo in mattoni veri la sua volontà di dare alcune dolci stanze e un lavoro alla sposa e ai figli.

Giulia non aveva nemmeno una lacrima e nessuna tenerezza era in lei al ricordo: aveva consumato in quei sei anni tutta la sua tenerezza e anche quello sbigottimento immenso subentrato in lei quando s’era accorta che nessuno rispondeva in profondità al suo dolore. Ognuno (ora lo capiva) è totalmente solo nel mondo; e forse lei stessa pensava fin nell’ossa ai crolli altrui? C’era nella città un illimitato numero di case crollate e di vite distrutte, molte delle quali nessuno poteva tirar più su. E Giulia aveva imparato quest’idea: che anche la sua rimessa era una delle tante case distrutte, forse la prima casa distrutta della città, sebbene soltanto lei sui mentastri ne vedesse ora cupe le macerie. E mentre strepitavano i motocicli militari senza fermarsi, nel pesante odore d’acqua morta del greto, e forse nella città era infinito il numero delle rovine eguali a quelle, invisibili, perchè quell’odio ch’era in lei saliva, perchè le induriva i capezzoli quel latte caldo d’odio che lei dopo sei anni non sapeva ancora contro chi riversare?