Giorgio Caproni

La Liguria non cede

 
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21 gennaio 2010
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Rina era andata come ogni giorno sul costone, di lì potendo vedere a suo agio le case di Loco. Le identifica una per una, come il pastore identifica le pecore, e nel sole infinito che batteva su di esse fermava a lungo lo sguardo su quelle pietre cariate - sul suo paese tagliato dalla rotabile a fondo valle con tutte le case vecchie ad eccezione della sua e di poche altre, candide pei muri di calce al sole. Dava la mano ai suoi bambini che invece non guardavano nulla e che ogni volta ripetevano la stessa cosa («Perché non torniamo là, a casa nostra»), e ciò che le faceva ora opachi gli occhi non era nè esaltazione nè abbattimento: era un pensiero denso e caldo come un vento sabbioso nella sua testa - un sangue caldo che le saliva buio agli occhi con una solennità di cui lei stessa, ora, si sgomentava. Senonché era tornata subito quieta - aveva accettato con quiete quella nuova forza insorgente in lei, quasi si fosse scoperta un’altra volta incinta. E non rispondendo nulla alla domanda dei bambini, li aveva riportati piena di quell’illimitata quiete sopra la stalla a Casanova dove s’era esiliata.

«Una casa nient’affatto nuova», protestava il figlio più piccolo. Certamente una casa, pensava invece lei, non foss’altro libera - una casa dove non erano entrati «gli altri» e dove lei si sentiva, sulle tavole sopra la stalla, libera nel suo volontario esilio. E guardando le tavole con le fessure larghe un dito da cui passava il tanfo acre delle bestie, ai suoi bambini ch’erano tanto delicati su quelle tavole avrebbe voluto spiegare ciò che nemmeno lei sapeva spiegarsi - avrebbe voluto almeno immettere in loro un poco di quell’immenso flusso caldo che si sentiva in lei e che a lei da sola pareva di non poter contenere più. Senonché s’era limitata a dire questo ai suoi bambini, i quali forse nemmeno pensavano più alla loro domanda: «Torneremo a Loco quando i partigiani avranno scacciato i fascisti. Ora ci sono loro ed è come se la nostra casa non ci appartenesse più».

I suoi bambini non potevano capire ciò e lei lasciò subito cadere il discorso. Li aveva collocati delicatamente sulle tavole, nel fiato acre ma tiepido che veniva su dalla stalla, e subito mentr’essi dormivano lei era rientrata nei suoi pensieri - era risalita sul costone col suo pensiero e ancora fissava uno per uno i tetti delle case del suo paese, vedeva «loro» sotto i tetti, i fascisti, muoversi da padroni nelle stanze che erano di lei, e col mitra sul cuscino nel letto di lei vedeva nella sua più intima stanza dormire il tenente fascista. Un uomo, pensava Rina, simile alla gente nostra - un uomo con le nostre parole liguri sulle labbra ma incomprensibile per il significato diverso che in lui prendevano le stesse parole usate da lei o dette dalla sua gente a lei.

Vedeva il tenente quando era entrato la prima volta coi suoi uomini in casa sua, e pensava alfine questo: è un uomo che bisogna distruggere. Perché questo lei aveva provato: che appena sopraggiunti gli alpini fascisti tutto le era divenuto odioso come se tutto (anche i fiori nuziali dei meli, anche le pietre rosse e i pini della sua Val Trebbia, perfino il fiume così profondamente celeste fra i sassi rossi e l’aria di vetro della Val Trebbia) fosse stato segnato da un marchio infame. E l’onda tepida e infinita ch’era in lei aumentava rivedendo con la mente l’ufficiale fascista nella cucina semibuia darle ordini con voce che invano cercava d’esser gentile, i suoi uomini impossessandosi intanto delle stanze e degli utensili di casa. Stanze e utensili domestici che «loro» rubavano come rubavano le parole liguri non perché appartenessero a lei (avevano usato quelle stanze e quegli utensili anche i partigiani, senonché allora tutto era naturale e dolcemente vero come se li usasse lei stessa) bensì perché essi, lo sentiva, li usavano contro di lei, per farne strumento di un’azione che trascinava anche lei contro ogni cosa vera. E le pareva proprio di sentirsi ancora una volta incinta ripensando alla sera in cui il tenente con un libro in mano era disceso in cucina dalla camera a lei usurpata.

Aveva in mano il libro da lei dimenticato sul comodino, e tenendo l’indice tra le pagine il tenente aveva detto: «Ha lasciato su il libro perché io ammiri suo marito? Io ammirerei suo marito se fosse qui con noi. Comunque qui c’è una poesia veramente bella, sono parole che capisco anch’io». E aperto il libro dove teneva l’indice come segno aveva letto diversi scritti da suo marito per lei: li aveva letti con voce dolce, ma perché in bocca di lui tutto diventava errore? Ora Rina si ripeteva a memoria quei versi, quasi per ristabilirne la verità. Li ripeteva lenti - erano versi penetrati in lei lentamente, una nostalgia di lui, non ligure, per lei e i monti della Liguria di lei. Li aveva scritti suo marito in guerra e cosa poteva capire del loro lamento il tenente fascista? Lo sentiva ora, con quelle parole intime in bocca, più che mai nemico laggiù nel letto suo, davvero pari a un errore che bisogna ad ogni costo distruggere. Talché subito quella sera stessa, appena uditi da lui quei versi, aveva pensato senz’astio e fredda: «Bisogna proprio che quell’uomo non esista più».

E la paura le era venuta la notte, dormendo con la madre vecchia e i bambini in cucina. O meglio, non propriamente la paura, e nemmeno un odio, bensì quell’infinita energia calma ch’era ormai in lei quasi fosse incinta e che al mattino le aveva fatto subito dire alla mamma: «Io in questa casa non ci sto più finché ci sono loro: me ne vado coi bambini a Casanova, al diavolo, ma questa casa ce l’hanno rubata e io non ci sto più finché ci sono i ladri». E pur essendole sembrato che la mamma non l’avesse del tutto capita, al mattino se n’era andata lo stesso coi suoi bambini a Casanova - aveva ritrovato sulla stalla a Casanova quella sua libertà e quella fiducia senza confine di cui le pareva d’essere incinta. E mentre i bambini dormivano ormai, non per loro ma soprattutto per sé aveva ripetuto: «Torneremo a Loco quando i partigiani avranno scacciato i fascisti».

I bambini ormai erano dentro il sonno, chiusi, e lei avendo ora bisogno che qualcuno sentisse quelle sue parole, era andata in cucina accanto alla stufa di ghisa rovente - s’era messa a parlare con la donna che l’ospitava. Ma non c’era soltanto quella donna in cucina: c’erano anche tre uomini armati di sten che lei conosceva ma che lei in quel momento non s’aspettava di vedere li. Li salutò per nome e disse: «Allora è il momento d’andare a scacciare via quelli di giù?». Cui essi risposero una sola cosa: «Si». E soltanto quando si furono allontanati un poco nel buio sull’erba uno si voltò dicendo: «Andiamo a riprendere anche la tua casa - forse non la faranno a pezzi».

«Io», disse in cucina Rina, «l’ho detto pochi minuti fa che torneremo a Loco quando i partigiani avranno scacciato i fascisti. Ora dico questo: dico che ci torneremo domani!». Ma perché la donna taceva - perché dentro la notte non s’udiva un colpo? La donna s’era chiusa anche lei nel sonno presso la stufa ormai semispenta e a Rina era toccato di vegliare tutta la notte per non udire nemmeno un colpo. Solamente con la prima luce, nell’aria dilatata dal gelo dell’alba, Rina aveva udito d’un tratto i cani abbaiar giù sullo stradale inquietati, con quel tono d’allarme nel latrato che lei conosceva bene. E allora mentalmente disse: «Ci siamo». Senonché spari non se ne udivano ancora - soltanto dalla parte di Gorreto s’udiva un velato fragore di carriaggi ingrandir con la luce.

«Si sposta tutta la divisione», pensò ad altra voce Rina; «il tenente aspetta coi suoi uomini tutta la divisione per muoversi». Non aveva il minimo dubbio di ciò, come se queste cose gliel’avesse dette un altro, e andò calma dove dormivano i bambini a preparare la sua roba. Poi, quando cominciarono i primi spari, disse ai bambini svegliatisi di soprassalto ch’era cominciata la festa. Ed essendo i bambini abituati ai colpi dei mortai fascisti e degli sten partigiani, anch’essi molto calmi andarono con lei sul costone a vedere «la festa».

Ora (cominciava piuttosto fredda la sera d’ottobre) Rina era appena tornata nella casa nuovamente sua. C’era ancora, fresco, lo sterco fascista sullo stradale di Loco, e nella casa era un cupo odore forestiero insopportabile. Ma perché quell’onda ch’era dentro di lei non s’era ancora sciolta, quasi lei ne fosse ancora incinta? Aveva sentito che c’erano quattro partigiani morti e che li aveva finiti alla nuca il tenente prima d’andarsene, e in lei quel pensiero era più acuto della letizia per avere ritrovato la casa. Addirittura (sentiva proprio d’esser sincera pensando ciò) avrebbe preferito non ritrovare la casa piuttosto che saper distrutti quegli uomini. Perché oscuramente sentiva questo: ch’erano morti anche per lei, perché lei ritrovasse libera la casa per sé e i bambini, e anche per suo marito quando sarebbe tornato. Lasciò i bambini a sua madre dicendo: «Io voglio vedere i morti - non c’è un uomo qui che possa accompagnarmi da loro?». Non c’era davvero nemmeno un uomo (tutti erano ancora nei boschi, ad eccezione dei più vecchi ed inutili), e così s’avviò sola al cimitero dov’era da un anno suo padre morto e dove ora, con la nuca e le spalle sul cemento dell’obitorio, posavano depostevi dal Commissario di Loco le quattro salme di Raffo, di Pantera, di Sardegna, di Pippo. Li aveva finiti con un colpo alla nuca il tenente mentre uno con l’altro essi si medicavano ferite larghe quanto una mano, e per lei era come se le strappassero i capezzoli vedere la garza ancora pulita ma all’infinito inutile dentro le ferite di Pantera, coi capelli finemente biondi (parevano finti come pareva finta la carne morta) e gli occhi celesti così da poco morti e sui cui già si posava una polvere eterna: quella che cadeva anche sui visi illividiti di Raffo e di Sardegna, sulla cui tenera cera erano ancora le impronte dei tacchi del tenente che aveva calcato il tallone sulla loro bocca con tutto il suo peso vile.

Volle lei stessa chiudere gli occhi ai morti e prima che ad ogni altro a Sardegna morto col pugno tirato su. Un pugno, anche così abbandonato sul cemento dell’obitorio, veramente duro e ligure malgrado il nome finto di Sardegna. E a ciò che era in lei d’immenso, nelle sue reni come se fosse incinta, al fine senza una lacrima lei aveva trovato una corrispondenza: era la stessa cosa chiusa in quel pugno che nessuna forza al mondo avrebbe potuto allentare più, reggendo esso nelle sue dita per sempre indurite una indicibile verità: come quella della casa in cui lei alfine era tornata libera.