Vita da discount

 
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Di Giuseppe Vespo
13 febbraio 2010
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La diagnosi del verbale di pronto soccorso dice «sindrome ansiosa». La prognosi, «sette giorni di riposo a casa». Tra le note, l’invito a rivolgersi al Csm territoriale, il Centro di salute mentale. Tutto per una pipì arrivata troppo presto, prima della pausa prevista dal contratto. È un giorno di novembre, ma potrebbe essere oggi. In uno degli ipermercati Panorama di Roma una cassiera chiede di andare in bagno. Non le toccherebbe, è al lavoro da appena un’ora e mezza. Ma è urgente e chiede l’autorizzazione. L’aspetta inutilmente per quaranta minuti. Poi si sente male e i colleghi chiamano l’ambulanza che la porta in pronto soccorso. «Da qui esci solo col 118», dice adesso la ragazza. La sua vicenda «è il sintomo e l’effetto di una gestione del personale inqualificabile e sempre più ottocentesca», scrivono i sindacati in un protocollo di contestazione all’azienda che ha come oggetto il «diritto alla pipì». Un diritto limitato per molti dei dipendenti di discount o punti vendita della grande distribuzione alimentare. Difficile quantificare quanti siano: la Filcams Cgil ne stima circa 400mila, ma il dato comprende anche la «gdo» (grande distribuzione organizzata) non alimentare, tipo l’Ikea.

Non si contano neanche le storie di ordinaria vessazione che subiscono questi lavoratori. L’ultima che ha suscitato un po’ di clamore è della fine di gennaio. Riguarda sempre la pipì, quella dei 40mila dipendenti Carrefour stavolta. Dal primo febbraio se ne può fare una per turno, dice il nuovo regolamento, per la seconda ci vuole il certificato medico. Scaduto il contratto integrativo, alla multinazionale francese hanno pensato anche di azzerare la pausa retribuita: se ti fermi un quarto d’ora per riprendere fiato recuperi a fine turno. C’è così tanto da lavorare che da gennaio 2009 il punto vendita della Romanina ha messo in mobilità 115 persone. Mentre in altri ipermercati si lavora con contratti interinali settimanali, in scadenza come lo yogurt sul banco frigo. «Il meccanismo è semplice - racconta una dipendente che vuole proteggere il suo nome - il contratto scade la domenica e il venerdì l’agenzia ti chiama per il rinnovo. Se non chiama non lavori». Succede che non chiamino? Quasi mai: «Io vado avanti così da quattro anni», dice la ragazza. Quattro anni settimana dopo settimana: «Se faccio 19 ore guadagno 6/700 euro. Se ne faccio 24 arrivo a 750». Così però «non puoi crearti delle prospettive. Non posso nemmeno comprare la macchina, chi mi concede un finanziamento? Vivere da sola? È dura. Per questo ho chiesto almeno un contratto stagionale, sei mesi - continua lei - mi hanno risposto che le assunzioni sono bloccate». E fare causa? «Mi sono informata, magari la vinco ma poi?». Bisogna stare attenti perché si perde anche il poco che si ha. Al Lidl, per esempio, altro grande discount sul quale è stato scritto anche un libro nero, qualcuno la causa l’ha fatta. Ma si tratta di dipendenti a tempo indeterminato che si sono opposti all’«invito» a pulire i locali alla fine del turno. Un coraggio che in uno dei punti vendita di Milano hanno trovato solo in due su 18 lavoratori. Dopo un anno hanno vinto la loro battaglia e adesso sono gli unici esclusi dalla mansione. La questione è stata posta anche negli incontri che hanno preceduto la firma dell’ipotesi di contratto integrativo raggiunta a novembre. Una conquista non da poco per i dipendenti del discount tedesco, tra i più diffusi nel mondo. Le pulizie però restano fuori dall’intesa. «Oggi devo dire che le cose vanno meglio di quando sono stata assunta», rivela una cassiera milanese. «Si stanno facendo dei piccoli passi in avanti rispetto a quando, come è successo per esempio ad Albenga, organizzavano delle finte rapine per vedere come reagivamo. Ecco, test di questo tipo non ne subiamo più». Sembra che le cose non vadano tanto male neanche all’interno del più grosso discount del Paese, l’Eurospin. Almeno nel Senese, dove la gestione è in mano a Eurospin Tirrenica, una delle cinque società italiane che controllano i 750 punti vendita sparsi per il Paese. Non ci sono notizie di scioperi contro l’azienda, solo di rapine. Anche perché qui i sindacati praticamente non esistono. Il gruppo è nato nel ‘93. Secondo i sindacati nazionali, la holding Eurospin controllerebbe il pacchetto azionario di maggioranza delle società territoriali. Il resto è tenuto da azionisti locali. «Qui - racconta un dipendente - non va malissimo. Certo, non abbiamo integrativo. A volte le circolari sono scritte in militaresco, facciamo anche le pulizie e se perdiamo il badge lo paghiamo 50 euro. Non so se succede lo stesso anche in Sicilia, non sappiamo nulla degli altri punti vendita, non c’è neanche un coordinamento dei lavoratori». Neppure su Facebook, che ospita i gruppi del Carrefour o di Mc Donald’s.

Il grande fast food americano non rientra nella gdo alimentare. Ma anche qui i dipendenti hanno qualcosa da raccontare. «Se anche tu hai partecipato alla vita lavorativa dentro un Mc donald’s puoi capirmi!!!», recita la description del gruppo su Facebook. Ci dice qualcosa uno dei tanti studenti universitari di Parma che lavorano col contratto “week end” a tempo indeterminato: sette euro l’ora per otto ore tra venerdì e domenica sera, e la malattia nei tre giorni non è mai pagata. All’inizio, quando sei lento anche perché nessuno ti spiega come fare, subisci come l’ultimo arrivato in caserma: fai spesso il lavoro peggiore, le pulizie. Anche se il nostro contratto è multiservizio, non sta scritto da nessuna parte che devi pulire pure il vomito dei bambini. O che ti tocca lasciare la cucina per sistemare il bagno». Alla fine si torna sempre lì, alla toilette: ormai simbolo di diritti negati.