La fabbrica morente
e le bugie in aula

Di Oreste Pivetta
16 aprile 2011
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thyssenPrima sentenza. Poi si andrà in appello e si chiuderà, chissà quando, in Cassazione (alcuni magistrati ci hanno spiegato che la “prescrizione breve” non peserà). Ci sarà, alla fine, giustizia? «Ma chi ci restituirà i nostri morti?». Domanda di una sorella (di Rosario, bruciato a ventisei anni) destinata a restare senza risposta. Nessuna sentenza potrà dare giustizia a quei morti nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007, tra le fiamme e l’olio incandescente, tra il grasso, il fumo e la caligine nera che si depositava ovunque. In alcune delle novantasette udienze del processo si sono riviste le immagini crude della linea 5, il laminatoio di corso Regina Margherita trasformato in una fornace allo scoppio di un tubo. La morte per alcuni fu lenta. Le ustioni consumano il corpo poco alla volta. Antonio Schiavone fu il primo a lasciare questo mondo. Il secondo fu Roberto Scola, poi Angelo Laurino e Bruno Santino. Il quinto Rocco Marzo, il più vecchio, cinquantaquattro anni. Il sesto Rosario Rodinò. Infine toccò a Giuseppe Demasi, il settimo. Nello stesso ordine, nelle bare chiare, lasciarono il Duomo di Torino. Il cardinal Poletto aveva gridato indignato contro l’orrore di quelle vite tagliate e aveva chiesto anche lui giustizia. Un cartello, fuori, pretendeva: «Mai più». Figuriamoci.

Sono stati necessari quaranta mesi per indagare, raccogliere le prove, giungere al processo, chiudere intanto con una sentenza. Il procuratore aggiunto Guariniello (che tanti anni fa guidò l’inchiesta che rivelò lo spionaggio Fiat contro i lavoratori e naturalmente soprattutto contro i lavoratori di sinistra, i comunisti) aprì la sua requisitoria con una esclamazione: «Non potevamo credere ai nostri occhi…». Non potevano credere ai loro occhi i magistrati, che leggevano le carte sequestrate negli uffici della Thyssen di Torino e di Terni, lettere, documenti interni, mail, elenchi di nomi, tutti i lavoratori che venivano cancellati via via che si procedeva nello smantellamento della fabbrica torinese, carte che dimostravano come chi dirigeva sapeva tutto, sapeva dei pericoli, sapeva che l’assicurazione aveva alzato la franchigia al limite dell’assicurabile, che la squadra antincendio non c’era, che il responsabile della sicurezza non aveva nessuna esperienza di sicurezza (in aula dimostrò di non distinguere un bottone dall’altro).

Espehahn aveva persino elaborato un piano contro gli incidenti, ma costava e non valeva la pena spendere per una fabbrica morta, c’erano ancora commesse da soddisfare, tanto valeva rischiare, produrre e poi chiudere. Massimo sfruttamento degli impianti e degli uomini. Spiegò Guariniello: all’inizio avevamo iscritto i dirigenti della Thyssen nel registro degli indagati per omicidio colposo, sono state le indagini ad imporci la contestazione del dolo, a convincerci che il vertice della Thyssenkrupp aveva accettato il rischio di incendi, anche mortali, pur di rinviare gli interventi sulla sicurezza sino al trasferimento delle linee di produzione da Torino a Terni.

La storia della tragedia di corso Regina Margherita è semplice, un classico. Il padrone che taglia, che vuol chiudere, che non investe, che considera uguale a zero la salute dei lavoratori, che manda allo sbaraglio i giovani, meno esperti, ricattati dalle miserie della vita d’oggi. Potrebbe essere un classico anche la corruzione dei testimoni, convocati amichevolmente il giorno prima dell’udienza, presentando liste di domande e di risposte, pagando per nascondere, magari con una cena alla bocciofila di Settimo, come rivelò l’interrogatorio di un ex operaio Thyssen da parte del procuratore Guariniello: ne nacque un’altra inchiesta e quattro ex dipendenti tornarono in aula per ritrattare le loro deposizioni. O il tentativo di far sparire documenti importanti, quelli dell’Asl dove si rilevavano le ragioni del rischio: altra inchiesta per “soppressione di atti”. Anche la cassa integrazione si usò: negarla per ricattare i superstiti. Un classicissimo fu il tentativo di allungare i tempi del processo. Ci provano tutti. I difensori della Thyssen ci provarono con la lingua: dissero che Espenhahn non conosceva l’italiano. In aula sul maxischermo un bel giorno comparve l’immagine del dirigente tedesco: intervistato dalla tv, dialogava con inflessione tedesca ovviamente, ma in perfetto italiano.

Non avrà rilevanza penale, ma resterà nella storia anche il documento segreto, in tedesco, per i vertici aziendali, sequestrato a Terni, nel quale si chiamavano in causa i sindacati torinesi, accusati di appartenere alla «tradizione comunista», le brigate rosse, la scarsa affidabilità degli operai italiani: in fondo, questa la tesi ripetuta in tribunale, l’incendio era anche colpa loro. Quelli che l’hanno scampata (Boccuzzi ad esempio, protetto davanti alle fiamme da un muletto) «passano di televisione in televisione e si presentano come eroi». Però, raccomandava il documento, non si muova un dito contro di loro: troppo popolari ormai perché si possa nei loro confronti avviare un’azione disciplinare, meglio aspettare…