Recensioni

Quello che la scienza può fare per i diritti umani

 
Di Pietro Greco
14 maggio 2010
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La storia più commovente è quella delle Abuelas de Plaza de Mayo, le nonne che si ritrovano a Buenos Aires davanti al palazzo del Presidente per richiedere, in silenzio e con determinazione, che centinaia di bambini desaparecidos – loro rapiti, i genitori uccisi – all’epoca della dittatura vengano sottratti alle famiglie che li hanno adottati illegalmente e ritornino alla loro famiglia originaria. Identificarli non è semplice. Per fortuna viene loro incontro la genetica. O meglio, un gruppo tra i migliori genetisti e biologi molecolari del mondo, guidati da Victor Penchaszadeh che, utilizzando il meglio delle conoscenze scientifiche, riescono a identificare, con prove inoppugnabili, in grado di resistere al dibattimento in tribunale, i bambini rapiti e a sottrarle agli aguzzini dei loro genitori.
La storia più tragica è quella della strage di Srebenica, perpretata nel luglio 1995, quando in piena Europa, l’esercito serbo-bosniaco catturò e uccise almeno 7.500 cittadini musulmani. Le prove del massacro furono distrutte. Ma ancora una volta un gruppo di genetisti e biologi molecolari è riuscito a dimostrare che i corpi affastellati in fosse comuni disseminati per la Bosnia erano di migliaia di cittadini inermi, in genere di origine musulmana, passati per le armi dalle milizie e dall’esercito dei serbi di Bosnia. Le prove sono state ritenute così schiaccianti da portare all’incriminazione e alla condanna per genocidio di generali e politici serbi e serbo-bosniaci.
La storia più frustrante è quella dei medici e delle infermiere stranieri accusati e condannati in Libia di “procurato contagio” da Aids. La mobilitazione di medici e scienziati internazionale – dall’italiano Vittorio Colizzi al francese Luc Montagnier – ha consentito di dimostrare, al di là di ogni dubbio, che quei medici e quelle infermiere nulla avevano a che fare con il contagio da virus Hiv di centinaia di bambini libici. Ma le prove non sono state accolte dai tribunali della repubblica guidata da Gheddafi. Sono state però decisive per mobilitare la comunità politica internazionale e per fare pressioni sulla Libia affinché quelle persone innocenti fossero scarcerate.
Sono queste e altre ancora le storie raccolte in «Come provarlo? La scienza indaga sui diritti umani», il libro che Giovanni Sabato ha appena pubblicato con l’editore Laterza (pagg. 208, euro 12,00). Si tratta, per usare le parole di Marcello Flores, del primo libro in Italia che affronta «in modo sistematico il legame tra scienza e diritti umani». Sono storie di scienziati che dall’Argentina al Darfur, dal Guatemala alla Bosnia, passando per l’Irak prima ma anche dopo Saddam, mobilitati per denunciare, provare e magari prevenire le violazioni dei diritti umani.
È un libro di storia – di una storia poco nota – scritto con passione e, insieme, chiarezza da un giornalista scientifico, Giovanni Sabato, di notevole bravura e competenza. Non è un libro di storia della scienza in senso stretto, sebbene molti dei problemi che gli scienziati mobilitati a difesa dei diritti umani erano così inusuali da imporre la produzione di nuova conoscenza. È un libro di storia dei rapporti tra scienza e società in un settore tanto fondamentale quanto poco frequentato, quello dei diritti umani.
Eppure, come sostiene Marcello Flores nella sua introduzione, lo sviluppo della scienza e lo sviluppo dei diritti umani sono molto più collegati tra loro di quanto si pensi. Nel Seicento è la nascita della “nuova scienza” e la nuova attenzione ai fatti della natura a far emergere il bisogno e a far riconoscere l’esistenza di “diritti naturali” dell’uomo, che prescindono da quelli concessi da qualche dio e da qualche rappresentante di dio in Terra. Nel Settecento solo l’Illuminismo e la diffusione delle conoscenze scientifiche a far emergere l’esigenza di riconoscere i “diritti civili”, fondato sull’assunto che “siamo tutti uguali di fronte alle legge”. Ancora, nel XX secolo c’è una relazione molto forte tra lo sviluppo della scienza e della scienza applicata e l’affermazione, almeno teorica, dei “diritti sociali”: abbiamo tutti diritto alla salute, a una sana alimentazione, all’istruzione. Oggi che la scienza è diventata la leva principale dello sviluppo economico e sociale del mondo, stanno emergendo nuovi diritti, i diritti di “cittadinanza scientifica”. Giovanni Sabato ha il merito di dimostrare che questi nuovi diritti non sono astratti: ma diventano vivi e assumono sostanza perché intrecciati con la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.