I «boss comunitari» spopolano grazie alla mancata integrazione

Di Saleh Zaghloul
5 ottobre 2011
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Sergio Romano parlando delle esperienze migratorie di molti paesi europei, ha affermato che «da alcune comunità straniere sono emerse nomenklature composte da persone ambiziose che aspiravano a fare dei loro connazionali una sorta di collegio elettorale e di servirsene per diventare gli interlocutori accreditati delle autorità locali» (Corsera, 8/9/2011). In effetti è proprio così, ma la chiusura tipica delle comunità etniche non è l’effetto delle politiche multietniche adottate dai governi locali, che punterebbero sul «superamento dell’assimilazione» e sul «consentire agli immigrati di rispettare le loro tradizioni, confessare la loro fede religiosa, conservare le loro feste comunitarie, trasmettere ai loro figli la conoscenza della lingua e della cultura dei Paese di provenienza». Ciò che allontana le comunità dal resto della società e che ha prodotto le “nomenklature” fra gli immigrati è stata una politica di tutt’altro segno e di tutt’altro indirizzo. In Italia i governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni hanno fatto molto poco per facilitare la possibilità degli stranieri di partecipare alla vita pubblica e politica e perché fossero avvaiti proficui percorsi di integrazione nella società italiana. Molto è stato fatto invece per rendere questi percorsi sempre più tortuosi. Si pensi alla difficoltà con cui si ottiene il permesso di soggiorno e quella con cui lo si rinnova. Ma non è solo questo. Mi riferisco soprattutto a quanto poco, per non dire nulla, è stato fatto per il diritto di voto agli stranieri e per una legge sulla cittadinanza basata sullo ius soli. La semplificazione di queste procedure contribuirebbe all’uscita di scena di quei “boss comunitari” che ponendosi come intermediari tra gli stranieri e le istituzioni mantengono ai margini i loro connazionali.