Con Internet non c’è più il racconto di una volta

di Christian Salmontutti gli articoli dell'autore

«Omero, Shakespeare e Spielberg hanno fatto il loro tempo» sostiene un recente articolo del New York Times, che informa della nascita di un nuovo laboratorio al Massachusetts Institute of Technology dedicato alla narrativa del futuro («Center for Future Storytelling»). Obiettivo: adattare le forme narrative classiche ai nuovi media, a Internet e all’ipercomunicazione.

Dagli albori dell’umanità a Hollywood, il racconto scritto ha subito metamorfosi legate alle trasformazioni tecniche di stampa e di riproduzione. Tuttavia, è stato tramandato in un formato più o menostabile, quello del libro o del film.

È questo modello a essere oggi seriamente in pericolo, minacciato dall’esplosione della comunicazione digitale, dalla comparsa dei media interattivi (telefoni, i-phone, computerportatili), la moltiplicazione di nuovi universi coinvolgenti (videogame, second life, reality…) e la comparsa di nuovi formati narrativi (ipertesti, multimedia). Quando, attraverso un motore di ricerca, cerchiamo di esplorare l’immenso territorio dei nuovi usi del racconto, scopriamo una molteplicità di tecniche e usi, dall’oralità tradizionale alla scrittura informatica, allo storytelling digitale. Pratiche culturali spontanee, maanche tecniche di controllo e disciplina.

UN NUOVO CONTINENTE
È un nuovo continente che emerge. Come interpretare questi flussi di storie che si diffondono dagli anni ‘90 nella mediasfera e invadono la nostra vita? «Penso, scrive Peter Brooks, che i teorici della narrazione debbano rallegrarsi nel vedere che il soggetto dei loro studi colonizza degli spazi così ampi del discorso, sia popolare che accademico. Il problema, tuttavia, è che la promiscuità dell’idea stessa di racconto potrebbe aver reso il concetto del tutto inutile». Il successo dello storytelling è come una vittoria di Pirro, conquistata a costo di banalizzare il concetto stesso di racconto. Il moltiplicarsi degli usi strumentali del racconto, invece di assicurarne il trionfo, sarebbe al contrario il sintomo inflazionista di una crisi della narrativa che risale agli anni ‘90. (...)

VITE A FRAMMENTI
Douglas Coupland, nel suo best-seller X Génération ha ritratto il quadro clinico degli anni ‘90: «Non è sano vivere la vita come una successione di brevi momenti piacevoli isolati… O della nostra vita facciamo un romanzo, o non ne verremo mai fuori ». In un riflesso di sopravvivenza, i figli della X generation hanno inventato una contrada immaginaria Texlahoma, che non è né un paese, né un continente ma un universo narrativo, composto da storie e che assomiglia agli universi virtuali di Facebook o Second Life, con le loro tribù di amici e i loro avatar. In questo mondo, l’unica regola da rispettare è il divieto di interrompere e di criticare, «l’unica soluzione per sentirsi a proprio agio». Una confessione involontaria che rivela il legame tra ritorno del narrativo e abbandono del pensiero critico. In un celebre saggio intitolato Le Conteur, Walter Benjamin si era occupato della crisi della narrativa che considerava la malattia del XX secolo e il cui sintomo principale era rappresentato dalla perdita della capacità di raccontare, ciò che i Greci definivano l’anekdiegesis. Secondo l’autore, la competenza narrativa dei popoli e degli individui regrediva fino a scomparire quando l’esperienza cessava di essere comunicabile e andava persa la facoltà di scambiarsi delle esperienze. È lo stesso fenomeno di delusione dell’esperienza che si riproduce negli anni ‘90 e che ha continuato ad aggravarsi durante le varie crisi diplomatiche e militari, economiche e finanziarie, culturali e morali. L’esperienza strategica e la dissuasione nucleare è stata smentita dalla fine della guerra fredda e la proliferazione delle armi nucleari. Circuiti sotto pelle «Tessy» di Cesare Fullone (2000) L’esperienza economica con la globalizzazione che delocalizza milioni di posti di lavoro, aumenta le diseguaglianze e favorisce la deregulation finanziaria. L’esperienza della liberazione sessuale con la comparsa dell’aids. L’esperienza del progresso attraverso i grandi disastri ecologici e la prima grande catastrofe nucleare di Cernobyl (...) Nelle mani delle potenze che ambiscono a controllare gli spiriti, le macchine per raccontare permettono di gestire le trasformazioni mediatiche, economiche, finanziarie, politiche o militari, in presa diretta con gli individui che ne sono coinvolti.

Il successo dello storytelling e dei suoi modi operativi traccia un nuovo campo di battaglie democratiche: non più soltanto la divisione dei redditi del lavoro e del capitale, le diseguaglianze a livello mondiale, le sfide ecologiche, ma anche la violenza simbolica che pesa sull’azione degli uomini. Poiché essa pretende di influenzare le loro opinioni, di trasformarle e strumentalizzarle, privandole degli strumenti intellettuali e simbolici per pensare alla loro vita. La lotta degli uomini per l’emancipazione, che non è rinviata dall’affacciarsi di nuovi poteri, passa oggi attraverso la riconquista ostinata dei mezzi d’espressione e di narrazione.

23 settembre 2009
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