Virź e l'orgoglio di essere livornesi
di ma.pa.tutti gli articoli dell'autore
Baci e abbracci, quando la prima cosa bella del 2009, è una notte di motori, clacson e dialetti. Paolo Virzì non ha dormito. Oggi lavora, nelle ultime ore ha sognato. «Sono stato allo stadio sabato sera, ho visto l’invasione di campo, una festa senza violenza, quasi ordinata. Siamo arruffoni, noi livornesi, ma l’altro ieri il clima era molto allegro. Non avrei mai immaginato una simile partecipazione. Non è andato a dormire nessuno, abbiamo visto l’alba insieme alla gente impazzita. Un delirio. La troupe del mio film si è livornesizzata, erano tutti sulle tribune. Macchinisti, elettricisti, comparse. Ballavano sui tavoli, ubriachi».
Toscani?
«Macchè. I romani erano scatenati. La livornesità è un’identità che si può indossare. Che accoglie chi le si affeziona, lascia un segno profondo e coinvolge i più nella riscossa di noi, eterni subalterni. E’ stato intenso. Davvero. Per un istante ogni cosa ha preso un segno diverso. Le sfighe della vita che si diradano, la febbre sciocca di veder spuntare la luce appesi a una bandiera, l’illusione di poter riparare i torti subiti».
Adesso?
«Vedremo. Ce la godiamo, senza ansie. Siamo andati in serie A con tre o quattro giocatori straordinari e una serie di simpaticissimi mestieranti come Danilevicius, con presidenti abili, mutuati dall’epopee del Borgorosso di Sordi, di Rozzi o Anconetani. Ci attrezzeremo col tempo. Intanto, c’è un’epica che si ripete. Quella della città piccola opposta alle potenze, l’ebbrezza che offre una vittoria del Senegal sulla Francia e che ci riporta a guerre da cortile, infanzie spese inseguendo un pallone, magliette al posto del palo, invenzioni, immagini perdute. Il calcio è bello per questo. E’ uno spettacolo pop che non ha perso i suoi tratti. Nonostante le mutazioni e gli attacchi esterni. In fondo, ci sono sempre una sfera che rotola e ventidue disgraziati in mutande che le corrono dietro».



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