Franceschini: La laicità, un valore del Pd Sulla bioetica si decide a maggioranza

di Andrea Carugatitutti gli articoli dell'autore

«Niente paura», canta Ligabue alla convention di Piero Fassino pro-Franceschini, e almeno sul fronte dei cantautori emiliani è uno a uno con il Vasco prediletto da Bersani. Abbracci e complimenti reciproci tra i due leader che si sono scelti perché, come spiega Fassino, non si può «riproporre una dialettica tra ex» e oggi, a differenza del 2007, non c'è più bisogno di «tenere uniti tutti i Ds. Se l'avessi fatto avremmo azzerato questi 20 mesi di lavoro insieme». Applausi caldi in una platea che vede mescolati i fassiniani, i popolari con Marini in prima fila (Fioroni fa solo un passaggio), i veltroniani al gran completo, i neo eletti Sassoli e Cofferati. Ci sono anche Furio Colombo e Umberto Veronesi.

La scelta di Piero «non è stata facile», ammette, e «può essere fraintesa e non condivisa». «Ma non ho mai scelto per convenienza, ho sempre fatto la scelta che ritenevo più giusta. Dario è la soluzione per il Pd, ha un'idea moderna della politica, fa parte di una generazione ponte tra la mia e i più giovani. Ha tenuto la barra dritta sulla laicità e sulla collocazione europea del Pd. Guai a un Pd omologato a una sola delle sue culture, è giusto che a gestire il nostro rapporto con il Pse ci sia uno che viene da una storia diversa». Franceschini ricambia: «Senza la scelta di Piero ci saremmo aggregati sul passato e invece stiamo insieme in base a quello che vogliamo fare nel futuro. La sua non è solo generosità, ma intelligenza politica e coraggio,le caratteristiche che fanno di un uomo politico un leader». Ancora applausi, ed è chiaro a tutti che, nei fatti, è nato un ticket. Fassino propone di costruire «un partito vero, questa è stata finora la nostra maggiore fragilità, il Pd è stato confuso negli aspetti organizzativo, privo di reali sedi di confronto». Un partito «solido», dunque, ma aperto anche oltre la militanza tradizionale, al popolo delle primarie. «Fondato sull'innovazione, non sulla nostalgia». Uno scatto d'orgoglio: «Nel 2001 ho preso un partito a pezzi, l'ho ricostruito e condotto a vittorie». Le parole chiave del suo Pd: libertà, dignità, sapere, responsabilità, legalità, laicità, merito, democrazia.

«Bravissimo», gli sussurra all'orecchio Franceschini mentre si abbracciano. Il segretario parla dell'«identità da ricostruire, con messaggi comprensibili, uno deve sapere anche di qua per cosa vota». Chiama il Pd «all'orgoglio»: «Santo Dio, parliamo anche di quello che ha funzionato: non era scontato diventare la prima forza progressista in Europa». Cita anche lui «il principio sacro della laicità dello Stato, noi cattolici democratici ce l'abbiamo nel Dna, non voglio un parlamento che si riunisce la notte per decidere di una ragazza e della sua famiglia». Paola Binetti, in sala, non avrà gradito. E altri ex popolari mugugnano, dicono che pure Fioroni sia seccato. «Ma oggi che ci sono tante fedi diverse la laicità è ancora più indispensabile», rincara Franceschini, che non vuole regalare voti a Marino. «Non dobbiamo avere paura di votare e decidere a maggioranza, anche sui temi più difficili come quelli etici». E difende come Fassino le primarie aperte: «Fare un partito solido non vuol dire farlo con un modello di 50 anni fa». «Nessuna paura, del congresso», conclude Franceschini. «Sarà un confronto civile ma senza ipocrisie. E noi vinceremo senza sconfiggere nessuno». «Nessuna guerra», gli fa eco Fassino. «Abbiamo valori e un destino comune. Ho amicizia e stima per gli altri candidati, non farò mai polemica con chi ha opinioni diverse».

10 luglio 2009
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