È sfida indiretta tra Bersani e Franceschini

di Mariagrazia Gerinatutti gli articoli dell'autore

Non dovevano parlare. Eppure entrambi, a sorpresa, si sono presentati davanti al microfono al Lingotto di Torino all'assemblea pubblica dei cosiddetti 'Piombinì, il gruppo di giovani dirigenti del Pd. Anche se dovessero spuntare altri nomi, è già sfida tra i due candidati alla segreteria del Pd, Pierluigi Bersani e Dario Franceschini.

È quasi l’ora di pranzo quando, fuori programma, Paola Concia invita i candidati già in campo ad intervenire. La moderatrice suggerisce di procedere in ordine alfabetico. Ma Bersani cede la parola a Franceschini, che, aiutandosi con la citazione di Obama, strappa il primo applauso. Poi vengono anche gli altri. Non un’ovazione. Ma un ascolto non ostile. Che si scioglie quando Franceschini scandisce che “è sacra la laicità dello stato”. “Se volevamo un partito identitario stavamo nella stagione precedente. Nel Pd si discute, si rispettano le posizione diverse ma si decide, si assume una posizione”. "Ho letto che sui giornali si parla di guerra tra bande all'interno del Pd. Vedo che tanti, anche tra i dirigenti, sono impauriti da cio', da che parte stare, ma questo e' un discorso di democrazia, non una resa di conti". "Abbiamo bisogno - ha aggiunto Franceschini - di un segretario che vinca una battaglia congressuale. Il congresso fara' bene al Partito democratico". "Il progetto non e' piu' in discussione, andremo incontro a vittorie e sconfitte, ma non torneremo indietro".

“Se verrò eletto, chiamerò con me sindaci, parlamentari radicati nel territorio, persone della società civile. Senza nessun riferimento ad appartenenze e a nomi dati da quelli che contano”, promette di farsi interprete delle ansie di rinnovamento della base radunata al Lingotto, indicando quale sarà la sua squadra prima e non dopo le primarie. Quello del rinnovamento – spiega dal suo punto di vista – non è solo un problema della base: “E’ un problema che riguarda il gruppo dirigente”. “Il rinnovamento bisogna conquistarselo con il sudore, dal basso. Non è come il nuovisimo, uno stato dell’animo”, dice rispondendo anche, fuori dalla sala, a Marini. E però l’altro problema è la stabilità. “Abbiamo di fronte una destra italiana che ha costruito una identità basata sulla stabilità. Con messaggi precisi: paura, sicurezza, lasciar fare fuori da fastidiose regole. Con un leader unificante. Una sensibilità comune”, spiega la sua testi. Ovvero che “l’instabilità dei soggetti politici, dei leader” non ha fatto bene il Pd. Ha fatto sì che: “Non siamo riusciti a trasmettere con chiarezza e costanza i nostri valori fondanti”. Questo il ragionamento che giustifica la sua candidatura. Nonostante il risultato elettorale: “Non siamo riusciti a vincere. Il nostro obiettivo era arginare la destra e salvare il progetto del Pd. E mi pare che questo progetto ci sia”. Infine, l’invito a iscriversi al Pd: “Venite cambiate quello che non va”. E le risposte sull’omofobia. “Mi è stato chiesto della legge contro l’omofobia: come si può non condividere?”, dice Franceschini. E poi sul Gay Pride risponde: “C’è una delegazione del Pd”.

Parla anche Bersani
“Ero venuto per ascoltarvi con l’intenzione di non rubarvi spazio”, si schermisce Bersani, che inizia a parlare quasi all’una. Con tono assai piano, senza enfasi. “Nuova generazione, meccanismi di partecipazione, le cose che si sono dette questa mattina nella mia piattaforma non le sottovaluto affatto”, assicura. Ma “una nuova generazione non c’è da inversarsela – scandisce -, c’è da riconoscerla, facendo sì che sia pienamente protagonista della discussione politica che avverrà al congresso e che io propongo che sia incentrata su noi e l’Italia. Gli italiani devono capire che stiamo parlando di loro e in particolare ai ceti popolari e porduttivi di questo paese da cui noi ci stiamo distaccando. Se perdiamo questa occasione si apre una questione molto seria per la gente che vogliamo difendere”, dice accompagnato dagli applausi della platea.

Il suo Pd lo racconterà il primo luglio. Intanto cita e corteggia Chiamparino che sta ad ascoltarlo in prima fila. “Non servono tautologie”, dice con il sindaco di Torino, “ma cose che si capiscono e che si facciano capire. I contenuti devono essere la traccia discriminante del nostro confronto. Altrimenti se cominciamo a distinguere tra chi è democratico doc e chi no, non ci facciamo capire dagli italiani e finiamo per creare incrinature che poi non riusciamo a ricomporre in una solidarietà”, dice. Rivendicando anche lui come Chiamparino la storia da cui viene. “Il nuovo, va bene.Ma alle spalle abbiamo 150 anni di responsaiblità, non è questione di Dc, Pci, compromesso storico, ma 150 anni di storia popolare, di gente che ha fatto sacrifici e ha pagato prezzi ben più alti dei nostri”, dice strappando un altro applauso ai “pimobini”. “Questo congresso può farci fare un passo avanti. E’ il primo congresso. Fondativo. Facciamo una discussione politica sull’Italia. E intanto diamoci strumenti nuovi di partecipazione. Io punterò sul territorio”, dice, rinvedicando il copyright sul “no al partito liquido”: “chi lo vuole io penso che abbia rinunciato a cambiare la società”.

La platea applaude Chiamparino
Prima dei due candidati, è intervenuto anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. Parla da “diverso”. Da uno che viene “da una storia di cui non mi vergogno e che è stata per me una proficua infatuazione”. E però: “Vedo una straordinaria potenzialità nell’incontro di diversità”, dice alla platea, che lo interrompe più volte per applaudirlo. Anche se lui comincia facendo un po’ il pompiere: “Non facciamo la critica alle intenzioni”, ammonisce il sindaco di Torino: “Sono stato io ad avvertire il rischio di congresso che non parli al paese ma guardi al nostro interno”. Quanto a lui: “Tanto per sgombrare il campo visto che giornali parlano di pressing neanche fossi l’attaccante del Toro”.   E spiega: “Io ho questo attegiamento: vedere quali sono le idee in campo, valutare e decidere tenendo conto quali sono i problemi fondamentali a cui noi dobbiamo dare una risposta”. E poi, con la forza di uno che viene dal Pci di Berlinguer, la nuova “questione etica e politica”: “Rispettare il mandato degli elettori”. “Non dare quando si ha un mandato che riguarda abitanti e cittadini che si fanno prevalere ambizioni di parte al dovere di corrispondere al mandato degli elettori. Questo fa parte integrante del corso morale non scritto di quelli che hanno dignità nel partito democratico”, dice il sindaco di Torino. E scandisce per titoli cosa deve fare il Pd per il paese. Stato sociale. “Gli operai votano Lega perché la casa popolare e l’asilo nido gliel’hai data al marocchino. La risposta quale è fare più case popolari e asili nido”. La laicità: “Non sono riuscito a convincere mio figlio a votare per il Pd. Il problema non è tra credenti e non credenti ma tra autorità e libertà sulle scelte che riguardano l’individuo”. E qui viene giù l’applauso più grande. “Lo dico ai candidati – conclude -, lo dico a me stesso: evitiamo un congresso per tautologie, ci manca l’entusiasmo di chi pensa di essere dalla parte giusta”.

27 giugno 2009
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