Le parole chiave di Marino: apertura, coraggio, merito, protezione, libertà

di Mariagrazia Gerinatutti gli articoli dell'autore

Brani della politica mondiale. Da Obama a Lula. Dal Bob Kennedy al Dalai Lama. Ma anche da Giorgio Napolitano. Come viatico. "Viva la vida" dei Coldplay come colonna sonora. Si apre così la convention di Ignazio Marino per presentare la sua candidatura alla segreteria nazionale del Pd, alla Camera del Lavoro di Milano (guarda il video). E lui con quale parole si candida a guidare il Pd?

"Apertura. Coraggio. Merito. Protezione. Libertà". Cinque parole, compresa quella presa in ostaggio per quindici anni da Berlusconi, con cui Ignazio Marino presenta la sua candidatura alla segreteria nazionale del Pd, alla Camera del Lavoro di Milano. Con lui, sul palco, il sindaco di Genova, Marta Vincenzi. E Rosa Villecco Calipari, testimonial d'eccezione, che, veltroniana d'origine, ha deciso di appoggiare la corsa congressuale del senatore-chirurgo. In platea c'è anche l'ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati.

"La mia candidatura non è e non sarà merce di scambio, niente accordi. Siamo qui per prendere lo spirito del Lingotto del 2007 e portarlo avanti", dice Marino, che passa con disinvoltura da una citazione del cardinale Carlo Maria Martini a una di Antonio Gramsci. Quella che spiega che ci sono "epoche in cui non c'è la generazione di mezzo, quella che educa i giovani". Come l'epoca presente. Basta guardare dentro al Pd, dice Marino, che suggerisce di cambiarlo seguendo un proverbio indiano secondo cui ci sono tre categorie al mondo: gli inamovibili, quelli che sono mossi e quelli che muovono. "Noi siamo quelli che muovono e che si mettono in gioco, perché non è vero che le cose non cambieranno mai", dice Marino. "Se riusciremo ad affermare questo avremo reso un grande servizio al nostro partito e al nostro paese", scandisce nel suo discorso che parla insieme del Pd e del paese, da riformare secondo "regole comprensibili e semplici". La sua “rivoluzione democratica”, che se mai riceverà linfa “dai circoli e non dalle correnti che non distribuiscono speranze e sogni ma potere e sottopotere”, dice sfidando i leader a sbarazzarsene.

L'obiettivo che indica è "includere un maggior numero di cittadini nella vita pubblica". Un obiettivo fin qui mancato anche dal Pd: "Non neghiamocelo". "Basta con le liste bloccate, diamo agli elettori possibilità di scegliere i propri rappresentanti", incalza chiedendo, come fa Grillo, che dalla politica si tengano fuori quelli che hanno problemi con la giustizia. Il "merito" come principio universale, scandisce Marino. E poi contratto di lavoro unico e reddito di solidarietà. Ma anche uguali congedi parentali per uomini e donne, e anche per i “nonni”, in modo da adeguare le regole al “ciclo di vita delle persone”.

Parla di laicità, certo. "Capisco il disagio di Franceschini, la sua difficoltà ad affrontare i temi della  laicità perchè all'interno della sua mozione convivono molte posizioni", dice a margine. E a chi gli rimprovera di essere mono-tematico replica che la laicità è soprattutto un metodo per affrontare "ogni questione con rigore nell'interesse generale, non pensare di possedere la verità, sentirsi vincolati dalla decisione presa dopo il confronto con gli altri". È questa la sua ricetta per affermare diritti per “tutti ma proprio tutti, omosessuali o chiunque altro”. E dunque varare una legge per  “reprimere l'omofobia" e promuovere una “legge sulle unioni civili che ricalchi quella britannica”. E consentire anche ai single le adozioni.

Marino però parla di tutto. Di lavoro. Di sicurezza, come diritto alla salute, che se viene negato allo straniero viene negato anche all'italiano che può essere contagiato dallo straniero a cui viene tolto il diritto alla cura. Come istruzione, che non può essere negata a chi ha genitori non regolari. Niente ronde, ma supporto alle forze dell'ordine e giustizia che funzioni. Informazione libera. “Smettiamo di stare al gioco solo per nominare un direttore o un vice della tv pubblica”, dice Marino.

I principi con cui la politica deve candidarsi a cambiare il paese per Marino sono semplici. "Non c'è democrazia se si conosce il nome di chi otterrà un posto nell'università prima che un concorso viene bandito", dice. "Se si trattano come delinquenti gli ultimi della terra”. "Se un cittadino deve andare a centinaia di chilometri da casa sua per curarsi". "Se una parte della società e dello stesso stato sono soffocati dalla criminalità organizzato", dice raccontando le difficoltà di “italiano di ritorno” quando dagli Usa decise di trasferirsi di nuovo in Italia. E il rifiuto di un paese dove “la furbizia prevale sul senso civico”, dove “il migliore è migliore colui che riesce a farla franca aggirando le regole”, dove le “pari opportunità” sono un “dipartimento di Palazzo Chigi e non un principio chiaro che dovrebbe riguardare tutti”.

E da quella esperienza che è partito il percorso che lo ha portato ora a sfidare i leader del Pd per la guida del partito. “Non sono ignaro delle difficoltà, ma non mancherà mai il mio impegno ad ascoltare tutti, insieme possiamo cambiare l'Italia”.

Prima di lui a scaldare la platea ci aveva pensato il "piombino" Giuseppe Civati. "Forse qualcuno li prenderà come sogni di mezza estate ma noi sogniamo di cambiare il Pd e il paese", dice il coordinatore del programma, che scandisce il profilo di un partito che parla "anche a quelli che si sentono traditi dal Pd". E che "si rivolge agli elettori prima che alle segreterie del partito". "Autorevole, che ascolta tante voci ma poi ne ha una, non fa giri di parole, sa cosa dire sulla sicurezza, sulla politica economica, sul futuro e sui problemi del suo tempo". "Rete e territorio", "bocciofile e web". Ma "niente caminetti". Un partito "dove si sappia dove vanno a finire i soldi del rimborso elettorale".

E che in Parlamento sappia portare avanti la "legge sulle unioni civili, sul divorzio breve, cose che riguardano la vita delle persone". E ai lavoratori sappia parlare chiaramente e dire cose come "lavoratori, unitevi". L'unità è una parola che piace a questa platea, dice Civati (e anche "l'Unità, un bel giornale", si concede un omaggio), che ripercorre il cammino che ha portato lui e i "cosiddetti" piombini a intrecciare la loro strada con quella del candidato Ignazio Marino. Diritto di cittadinanza, scandisce il sindaco di Genova Marta Vincenzi. "Cittadinanza legata alla residenza e non alla nascita", spiega.

Racconta un altro percorso che l'ha portata a sostenere Marino, Rosa Calipari, che Marino l'ha conosciuto nel 2006 quando tutti e due erano i nuovi volti della politica. Veltroniana lei, dalemiano lui, secondo gli schemi. E ora insieme. E proprio a Veltroni e al Lingotto rimanda Rosa Calipari per spiegare perché ha deciso di sostenere il candidato chirurgo e non altri. La citazione recita: "Un partito aperto che vuole affascinare quei milioni di italiani che credono nel merito e che trovano la politica chiusa". Obiettivo disatteso. "E ogni errore specie così grande dovrebbe spingerci a ripensamento radicale", dice Rosa Calipari. Particolarmente al Sud.

"Adagiarsi nel senso della superiorità a che ci serve quando le nostre difficoltà ad essere diversi ci si stagliano davanti in Campania e in altre regioni?", domanda Rosa Calipari, che si scaglia contro un'idea del partito del sud. E spiega: "Secondo me Ignazio sul Mezzogiorno deve sfidare gli altri candidati, che dedicano al massimo dieci righe all'argomento", spiega. Il punto è: "Il ruolo che il Pd vuole avere nella società del Sud". La differenza che invoca è quella "tra chi è pragmatico per scegliere le elezioni e chi vorrà dare al Pd una funzione di esempio etico per cambiare la società". Parla di "autoimpresa" e di un "patto" per sostenerla come risposta alla criminalità organizzata. Di "cura del territorio", di cui il Pd si deve fare promotore. La proposta per il Sud rappresentava discrimine tra forze conservatrici e progressisti. Altrimenti il Sud sarà solo "la bancarotta" del paese.

23 luglio 2009
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