I soccorsi e la lenta ricostruzione di Haiti

di Caroline Gluck, operatrice di Oxfam, partner di Ucodeptutti gli articoli dell'autore

Uomini e donne lavorano a ritmi frenetici, tutti assorti. Una specie di fabbrica improvvisata si presenta ai miei occhi quando entro nel magazzino che Oxfam condivide con altre organizzazioni. Siamo nel quartiere a più alto tasso di criminalità di Haiti, Cité Soleil. I lavoratori del magazzino sono impegnati ad assemblare i kit per 10mila nuclei familiari. Al loro interno ci sono prodotti di base per l’igiene e la cucina come ciotole di plastica dai colori vivaci, piatti, tazze, asciugamani, sapone, spazzolini da denti e dentifricio. L’attività è frenetica, ma ben organizzata.

Le persone dormono all’aperto e hanno bisogno di tutto per la loro igiene», spiega Dario Arthur, responsabile emergenze di Oxfam Quebec. «Nel kit c’è tutto il necessario per condurre una vita accettabile». Ogni giorno, circa mille kit sono distribuiti alle comunità più bisognose. Oxfam acquista gli articoli e le attrezzature da fornitori locali per aiutare l’economia haitiana, mentre ha reclutato circa 50 sfollati haitiani per consegnare i kit il più velocemente possibile. «Questo lavoro è una buona opportunità», dice Frantz Casseus, uno dei tanti haitiani costretti a dormire in strada dopo che la sua casa è crollata. «Userò il denaro per aiutare i miei bambini e mia moglie. E’ anche un lavoro molto utile, perché la popolazione deve essere aiutata in tempi rapidi». Nadege Celestin, impegnata a separare con molta attenzione gli spazzolini, la pensa allo stesso modo. Nel terremoto ha perso sorella e nipote e la loro casa è stata distrutta. «Grazie a questo lavoro posso aiutare la gente di Haiti, il mio paese».

 Mentre un camion parte carico di aiuti, una grande folla si riunisce di fronte alla porta del magazzino. Vogliono dare una mano anche loro. Molti cercano lavoro. «Non possiamo soddisfare tutti» sospira Olivier Girault, haitiano e responsabile della logistica. Ci spiega che Oxfam ha lavorato con i comitati locali nati nei campi sfollati per identificare le persone più vulnerabili. Guardie armate vegliano sul magazzino mentre la folla spinge. Tre di loro sono in servizio giorno e notte. Un muro dietro il magazzino è stato distrutto dal terremoto ed è importante garantire la sicurezza delle scorte, così come quella del personale. Alla fine la folla si disperde e il portone viene chiuso. All’interno, il personale continua frenetico a lavorare.

«Questo terremoto è una grande catastrofe, specialmente per un paese come Haiti che aveva già tanti problemi», ci dice Dario Arthur. «Ora c’è molta più pressione sulla popolazione e sul governo. La gente vive in una situazione davvero difficile». Lasciamo il magazzino quando parte l’ultimo camion della giornata. Il numero totale di kit distribuiti oggi è di 1.300. Olivier è pensieroso: “Non possiamo vivere come prima. La gente costruiva case sulle montagne, non c’erano regole. Dobbiamo ricostruire in modo differente”. Il mio pensiero vola per un attimo al futuro per poi ritornare all’oggi: la ricostruzione si avvicina, ma la priorità, ad Haiti, sono ancora i soccorsi.

03 febbraio 2010
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