«Lentamente il suo sogno sta diventando realtà E parla al mondo intero»
di Umberto De Giovannangelitutti gli articoli dell'autore
Un anno di Obama.I sogni, le speranze, le resistenze... Un anno vissuto e analizzato assieme al più «obamiano » tra i politici italiani: Walter Veltroni.
Ad un anno di distanza dalla sua elezione, cosa è rimasto del «sogno» generato da Barack Obama?
«Credo sia rimasto molto, nel senso che questo primo anno di presidenza di Barack Obama è la dimostrazione che quando la politica ha una sua virtù etica, essa traduce i sogni in realtà, o almeno s’impegna a farlo. Io considero che quello che Barack Obama ha fatto in politica estera, e che gli è valso anche il Premio Nobel per la Pace, sia stato assolutamente in coerenza con quanto aveva detto: la riapertura diuna idea di multilateralismo; l’affermazione diun rapporto di confidenza con l’Onu; gli sforzi messi in atto per una soluzione di pace dei più grandi conflitti internazionali; l’impegno contro la proliferazione nucleare: sono tutte cose che hanno dato il segno di un cambiamento radicale rispetto alla politica estera di George W.Bush...».
E sul piano interno?
«Dobbiamo ricordarci che Obama ha iniziato il suo mandato nel pienodella più spaventosa crisi economica e finanziaria del dopoguerra. Ilmodo in cui l’ha affrontata, e ora, quella che per me è la partita più importante della vicenda del riformismo degli ultimi anni, vale a dire la riforma sanitaria, sono la testimonianza tangibile dicomein politica quando si è mossi da una visione, poi si riescono ad affrontare le più impegnative sfide per l’innovazione e sfidare i più radicati conservatorismi ».
Quali sono state le resistenze maggiori incontrate da Obama in questo primo anno di presidenza nel tradurre in fatti il sogno del Cambiamento?
«Le resistenze dei conservatori, dislocati su vari fronti. La grande manifestazione organizzata dai Repubblicani contro la riforma sanitaria, è stata in qualche modo il racconto della resistenza la cambiamento. Però, vedi, la meraviglia di quel Paese è che si apre un grande conflitto su un grande tema di merito; non un conflitto ideologico, ma un conflitto assolutamente legato al profilo di un’azione riformista. BarackObamasta sfidando coraggiosamente molti dei conservatorismi del suo Paese, tanto da rischiare, perché,comeabbiamo letto, i servizi segreti hanno dichiarato di non riuscire ad avere sufficienti forze per reggere a tutte le minacce rivolte contro Barack Obama. Quel Paese lì è un Paese in cui quando s’ingaggia una sfida riformista, le cose cambiano sul serio. Roosevelt, e poi Kennedy e Clinton ed oraObama:sono stati quattro momenti di radicale trasformazione degli Stati Uniti. Un esempio: con Kennedy la questione razziale... cose che riguardavano la storia e l’identità di quel Paese. Il riformismo per me è questo: è la sfida ai conservatorismi, è la scommessa innovatrice, è il coraggio di rischiare. Non è un quieto vivere. È il suo esatto contrario: è l’ambizione a cambiare il proprio Paese».
L’Europa si è dimostrata all’altezza delle sfide globali lanciate da Obama?
«Sinceramente no. Nel senso L’Europa stenta ad avere una sua fisionomia politico-istituzionale adeguata a Stati Uniti che volgono lo sguardo verso l’Europa con un atteggiamento del tutto diverso da quello di Bush e richiederebbero dall’Europa una maggiore forza, coerenza, unità. L’Europa, ad esempio, fa terribilmente fatica su alcune crisi che dovrebbero riguardarla direttamente, da quella mediorientale al rapporto con un’area strategica come è quella del Mediterraneo. La dottrina di Bush, con il suo unilateralismo, andava comodaad una Europa minima, e invece adesso bisogna che l’Europa si assuma le sue responsabilità e faccia le sue scelte sui dossier più difficili in prima persona».
Dall’Europa all’Italia. Un anno dopo, è sfiorito l’«innamoramento» della prima ora per Obama?
«Noi siamo un Paese molto emotivo; un Paese che vive intensissimi amori e intensissimi disamori con una rapidità che spesso è sinonimo di leggerezza e di superficialità. Da anni seguo Obama, l’ho conosciuto, quando tutti davano per scontato che avrebbe perso consideravo che sarebbe stata una ottima soluzione per gli Stati Uniti. Ad un anno di distanza resto convinto che per la Storia, e non solo per gli Usa, sia stato un fatto di grandissima importanza, che un uomo come Barack Obama abbia avuto la forza, la determinazione e l’intelligenza politica di spostare consenso, perché Obama ha vinto le elezioni spostando milioni di astensionisti che son tornati a votare, e voti che aveva preso Bush e che sono andati a Obama. E sono andati, vale la pena ricordarlo, aun profilo che era di forte innovazione e non a un tentativo di imitare Bush. Èstata una convergenza sul profilo maggiormente alternativo che però si è fatto carico anche dello sforzo di unificazione del Paese. Quando sono stato alla Convenzione democratica di Denver, Obama parlava degli Stati Uniti, non parlava come capo di una parte ma come chi si rivolgeva a l’intera comunità nazionale. E questa è stata la sua forza».
L’Afghanistan può rivelarsi per Obamaciò che per il suo predecessore è stato l’Iraq: una trappola infernale ?
«L’Afghanistan di tutti i dossier credo che sia il più ostico. Perché stare è difficile e lo è altrettanto andar via. Stare è difficile perché in un Paese come quello, nel quale nel corso della storia sono accadute tante cose, e spesso terribili e sanguinose, non è facile far maturare un processo di assunzione di meccanismi, modi e linguaggi propri di un pur faticoso processo di costruzione di uno spazio di democrazia e di libertà. D’altra parte, andar via sarebbe una sconfitta e lasciarecampolibero ai talebani; credo che Obama si renda conto che il dossier Afghanistan è strettamente legato al dossier Pakistan e che la virulenza dell’attacco integralista nell’uno e nell’altro Paese ha l’obiettivo di far saltare, ancor più che in Iraq, una speranza di stabilizzazione di quei Paesi che è interesse nel mondo intero. È il dossier più difficile, ma a mepare cheObamalo stia affrontando con quel misto di forza e politica che è mancato negli anni di Bush».
Questa domanda è Veltroni scrittore. Quale sarebbe il modo più appropriato per raccontare Obama e la sua «avventura ».
«La cosa fantastica di Obama è che è stato capace di entrare nell’immaginario del mondo intero: dal Kenya ai ragazzi italiani, dalla Scandinavia all’Asia... come è la politica nei suoi momenti più grandi, cioè quando accende la speranza di un cambiamento, perché altrimenti la politica è pura gestione.Obamaè entrato nell’immaginario e lo ha fatto in modo forte, ridando alla politica ossigeno e possibilità. Io la vedocomeuna grande sfida di una nuova generazione libera dalle ideologie, che cerca però di tradurre un bagaglio di valori e di ideali in azione concreta. Di tutte le dimensioni della politica questa mi sembra davvero la più affascinante».
Quindi il «Sogno» di Obama è ancora vivo?
«Assolutamente sì. Il “Sogno” è vivo perché sta diventando realtà. Perché se fosse rimasto un sogno, dopo un anno di governo sarebbe morto. Einvece siccome sta diventando realtà, con la fatica che si ha quando si cerca di tradurre un sogno di cambiamento a fronte di resistenze; la vivezza del sogno sta nel fatto che sta diventando reale».




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