Suad Amiry: «Ho viaggiato con i palestinesi che sognano di lavorare in pace»
di Umberto De Giovannangelitutti gli articoli dell'autore
La vita al di là del Muro. Una quotidianità fatta di dolore, speranza, orgoglio, umiliazione. Una realtà che Suad Amiry ha raccontato nel suo ultimo, bellissimo, libro: «Murad Murad » (Feltrinelli). Suad Amiry è oggi la più affermata scrittrice palestinese. Ha vissuto in Siria, Giordania, Libano, Egitto, Stati Uniti e Scozia. Nel 1981 è tornata a vivere a Ramallah. Il libro in cui racconta questa esperienza, «Sharon e mia suocera. Se questa è vita» (Feltrinelli 2003) ha vinto il premio Viareggio nel 2004. Suad Amiry è stata ospite del festival di Internazionale a Ferrara, che si è chiuso domenica. Lì l’Unità l’ha incontrata.
In “Murad Murad” lei ha raccontato cosa vuol dire vivere al di là del Muro edificato da Israele in Cisgiordania. Qual è l’essenza di questa vita?
«Ho raccontato la quotidianità dei palestinesi che lavoravano in Israele prima della costruzione del Muro. Erano 150mila, prima che Ariel Sharon decidesse a un certo punto di non volerli più. Cancellati. Ho cercato di capire cosa potesse provare uno di loro, Murad Murad, il giovane protagonista del mio romanzo, in che modo trascorreva la sua vita. Una volta Murad è venuto da me è mi ha raccontato cosa significhi perun lavoratore palestinese non in regola lavorare in Israele. Io sono andata con questi lavoratori, mi sono camuffata per provare ad assomigliare a questi lavoratori, li hoseguiti in una loro giornata. Siamo andati da Ramallah a Petah Tikva, il posto d’Israele dove pensavano di poter lavorare. Una distanza di 35 chilometri: in una qualsiasi altra situazione richiede una mezzora di macchina: In quel caso ha richiesto la bellezza di 18 ore. Eravamo 24, stipati in un pulmino, abbiamo viaggiato di notte tra gli ulivi, in maniera tale si giungesse a destinazione prima dell’alba in modo che i soldati israeliani non ci individuassero. Di quei 24 che erano partiti, alla fine siamo arrivati solo in 4. Gli altri 20 sono stati arrestati dai soldati israeliani. E la stessa sorte è toccata ad altre decine di palestinesi che provenivano da altri villaggi».
Quali erano i sentimenti prevalenti tra questi lavoratori. La rabbia, il dolore, la frustrazione, l’umiliazione...?
«Era un insieme di tutte queste cose. Mala cosa più importante in assoluto per loro, era trovare lavoro. Insistevano molto su questo obiettivo. Dovevano per forza arrivare lì e trovare un lavoro. Durante quel viaggio hoavutomododi parlare con queste persone. A un certo punto ci siamo trovati di fronte una jeep israeliana che ci impediva il passaggio. Abbiamo dovuto accostarci, aspettare per quattro ore. Si erano fatte le 9 della mattina e ci trovavamoancora dal lato della West Bank. A quel punto mi sono scoraggiata e ho detto: beh, ormai la giornata sta passando perché non torniamo indietro... E ho cominciato a dialogare con queste persone e sentire cosa ne pensavano».
E cosa pensavano?
«Mi rispondevano: tornare al mio villaggio e per fare cosa? Non c’è lavoro al mio villaggio.Un altro mi diceva: torno al mio villaggio, mi metto a sedere a un tavolino di un caffè manonho neppure i soldi per pagarla una tazzina di caffè. Un altro ancora mi diceva: con che faccia affronto mia moglie, guardo i miei figli, se non ho i soldi per portare avanti la famiglia...La cosa più importante che ho capito era che l’obiettivo ultimo per loro era il lavoro. Queste persone vengono raffigurati in Occidente e in Israele come se fossero dei criminali. Non si tiene in alcun conto che queste sono persone che hanno diritto al lavoro. Murad è il simbolo di questa storia. Un ragazzo di 21 anni che per sette anni, un terzo della sua età, ha lavorato in Israele, che parlava perfettamente l’ebraico, che aveva anche avuto una tormentata storia di amore con una ragazza israeliana... Raccontandolo, mi sono resa conto che nel caso della Palestina e di Israele, questi lavoratori fungono da ponte. Da ponte al quale spesso non si pensa. Un ponte fatto di 200mila persone che parlano l’ebraico, che conoscono la vita in Israele, che conoscono quelle famiglie...Spesso diciamo che il trait-d’union tra i due popoli sono, o dovrebbero essere, gli intellettuali. Non pensiamo invece che il “ponte” migliore, più solido, è rappresentato da quelle migliaia di lavoratori che conoscono le due realtà, le due culture. Questo Muro divide due nazioni, impedendo a un israeliano di andare in Palestina e ad un palestinese di recarsi in Israele. Ed è molto difficile raggiungere la pace inuna situazione in cui si buttano fuori 200mila persone. E c’è un’altra cosa che mi ha toccato profondamente ».
Quale?
«Murad conosce Jaffa, sa dove è Tel Aviv...Quella Palestina che ioho perso, Murad l’ha trattenuta in sé. Per me è stato molto importante scoprire che c’era una parte della popolazione p a l e s t i n e s e che “apparteneva” ad entrambe le parti. Che ricordava senza essere pervasa da una bramosia di possesso assoluto. Orgogliosa della propria identità nazionale senza che questo significasse negare l’altra. C’è tanta sapienza in Murad e nei lavoratori palestinesi che ho imparato a conoscere e amare. Se fossero loro a negoziare la pace, beh, sono convinta che riuscirebbero meglio di tanti leader o presunti tali».
Così Suad Amiry conclude il suo racconto: «Nelle occhiaie blu scuro sotto i miei occhi tristi ho visto la faccia bruciata dal sole di Murad, quella di Abu Yousef, quella di Abu Yousef, quella di Saad, diMuneer e naturalmente quella del buffo Ramzi. Sono scivolata tra le fresche e morbide lenzuola di cotone.Hochiuso gli occhi. Ho pianto col viso affondato nel cuscino. Cristo santo, chiedono solo di lavorare». Sì, i tanti Murad, Saad, Ramzi, Muneer, chiedono solo di lavorare. In pace. Con dignità. Da uomini liberi. Un diritto negato. Non il solo.




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