Il premier è stufo «Per me Fini è fuori dal Pdl»

di Federica Fantozzitutti gli articoli dell'autore

È un momento difficilissimo in cui vengo attaccato a tutto campo: dai pentiti alle minorenni. Mi aspettavo una difesa totale dagli amici, e invece Gianfranco neppure replica quando mi danno dell’imperatore...». Chi ha avuto occasione di parlare con Silvio Berlusconi, ieri, racconta di un uomo amareggiato ed esasperato, ma anche politicamente lucido e pronto alla resa dei conti con l’alleato più spinoso, tentato dal’idea di convocare un consiglio nazionale del partito in modo da verificare ad ampio raggio la volontà degli elettori: «Ora basta. Bisogna far capire che Fini non rappresenta più il PdL, che ormai è lontano dal nostro mondo». Appena saputo del fuorionda in cui il presidente della Camera si lasciava andare a giudizi su di lui parlando a microfoni spenti con un magistrato, il premier è uscito dai gangheri. Da Milano, si è attaccato al telefono con tutti i suoi: Cicchitto, Quagliariello, Bondi (spedito di corsa a Ballarò ), Gasparri. Ha espresso, per l’ennesima volta, «tristezza» per l’«irriconoscenza» dell’ex leader di An: «Gli ho sempre voluto bene, e lui no» si è lamentato. All’ira del Cavaliere ha contribuito non poco il fatto che il procuratore pescarese con cui Fini conversava in via confidenziale, Nicola Trifuoggi, si è occupato delle indagini sull’ex coordinatore forzista in Abruzzo Sabatino Aracu e sullo stesso Cicchitto nell’ambito della cosiddetta «sanitopoli abruzzese». Al di là dello sfogo, però, Berlusconi ha fatto partire l’assalto all’”ex amico”.

Una riunione dei vertici del PdL - La Russa, Verdini, Cicchitto, Gasparri - è stata convocata in fretta e furia a via dell’Umiltà con l’obiettivo di pretendere un «chiarimento». Ma il senso dello scarno comunicato uscito dal summit è chiarissimo: laddove si dice che il partito «si è espresso all’unanimità sull’uso politico della giustizia e dei pentiti» e sul tentativo di ribaltare il risultato elettorale, e che tocca a Fini confermarsi d’accordo con la linea del PdL di cui è co-fondatore, la manovra si rivela spingere “Gianfranco l’eterodosso” ai margini - se non oltre - della sua creatura politica. Con le cautele del caso perché Berlusconi sa che il ritorno al voto è improponibile e deve portare a casa la riforma della giustizia. Niente strappi, dunque, che pregiudichino la fine naturale della legislatura o il cammino delle riforme care a Bossi. In quel perimetro, però, la guerra è totale. E il fuoco coinvolge i finiani, che minacciano di mettersi di traverso in Parlamento. L’ordine di scuderia impartito dal presidente del Consiglio sarebbe quello di rimettere in riga i riottosi o metterne in discussione la coerenza con la linea del partito. Tra le ipotesi, quella di una presa di posizione dei deputati PdL che non si sentano più rappresentati da Italo Bocchino come vicecapogruppo. Allo stesso modo, si potrebbe agire nei confronti di Carmelo Briguglio, membro del Copasir, e di Fabio Granata, componente dell’Antimafia. Insomma, con l’ennesimo incidente diplomatico Berlusconi ha esaurito la pazienza. E vuole far capire a Fini e alla sua falange che la campana della delegittimazione interna sta cominciando a suonare per loro.

02 dicembre 2009
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