Lazar: «L'Italia ha gli anticorpi»

di Pietro Spatarotutti gli articoli dell'autore

Sì, Berlusconi ha una concezione da monarca assoluto». Marc Lazar, politologo francese, professore a Sciences Po di Parigi e alla Luiss di Roma, legge il fuorionda di Fini che ha scatenato un putiferio e riflette sui cambiamenti della democrazia italiana. Ma avverte: «Attenzione, l’Italia non è un paese disperato. Ci sono gli anticorpi...».

Partiamo da Fini. Dice: Berlusconi è un monarca assoluto. Che ne pensa?
Credo che Fini abbia ragione: Berlusconi vede la sua leadership come una monarchia assoluta. Pensa che la sua autorità dipenda non solo dal ruolo istituzionale ma dalla sua persona. È evidente un processo di mutamento della democrazia italiana: si afferma una democrazia dell’opinione e del leader che è fenomeno europeo ma da voi ha aspetti peculiari. Il leader è sempre più forte, è al centro dell’attenzione, seduce l’elettore. La conseguenza è la personalizzazione della politica. Però, attenti: in Italia ci sono i contropoteri.

E secondo lei riescono a frenare questa tendenza «monarchica»?
Questa tendenza non ha ancora vinto perché ci sono gli altri elementi: resta l’organizzazione classica della democrazia, c’è il Capo dello Stato che difende i valori fondamentali, c’è la Corte Costituzionale, c’è il presidente della Camera. Insomma contro il virus della democrazia del leader ci sono gli anticorpi.

Però ci sono conflitti istituzionali pericolosi che minano la democrazia...
Guardi, io vedo in Italia quattro tendenze di mutamento del sistema democratico. La prima è la democrazia del leader. La seconda è quella che punta al rinnovamento della democrazia repubblicana. La terza è caratterizzata dall’antipolitica. La quarta cerca un’altra democrazia di tipo partecipativo e le primarie del Pd sono state un bell’esempio di rinnovamento. Queste quattro tendenze sono in conflitto tra loro. Quindi possiamo anche dire che la democrazia è malata, ma siete sicuri di essere gli unici malati d’Europa?

Vede questi fenomeni anche in altri Paesi?
Certo. Perché altrimenti come spiegare il caso francese dove un presidente della Repubblica incarna la democrazia del leader e dove è forte l’odio per la casta politica? Oppure come leggere i fenomeni di disaffezione dalla politica che affliggono la Germania? Certo l’Italia ha le sue specificità, a cominciare da Berlusconi, dal conflitto di interessi e dal suo enorme potere televisivo. Però penso che non sia vero che in Italia la democrazia è in pericolo o che ci sia il fascismo. La domanda è un’altra: quali delle quattro tendenze che abbiamo indicato si affermerà?

Se lei dovesse spiegare ai francesi lo «stato presente dell’Italia» come lo farebbe?
Oggi abbiamo saputo che i disoccupati sono più di due milioni... Questa è la vera domanda. Io credo che l’Italia stia male non solo perché c’è crisi economica e disoccupazione. Quel che mi colpisce è l’incapacità di pensare il futuro. Faccio tre esempi. Il primo: c’è un pauroso calo demografico ma nessuno ne parla. Il secondo: l’incapacità di pensare le differenze e quindi il ruolo della donna, il problema dei giovani e la presenza degli immigrati. Il terzo: non capire che la società della conoscenza è determinante. Se non investiamo nella ricerca, nell’università e nella formazione, presto saremo morti. L’Italia è in un ritardo abissale.

Insomma lei vede un paese con la testa rivolta al passato?
Assolutamente sì. Il mio giudizio è severo. In Italia c’è una situazione grave di ritardo.

È d’accordo con chi dice che il berlusconismo è ormai al tramonto?
Credo che Berlusconi sia al tramonto, non il berlusconismo. Quel modello si basa su alcuni elementi: un leader forte, un partito unito, un’egemonia culturale e un blocco sociale. Berlusconi ha capito che le grandi ideologie stavano finendo e ha cercato di mescolare valori contraddittori: nazione e Europa, liberismo e protezionismo, tradizione e modernità. In questo modo ha tentato di tenere insieme un blocco sociale complicato: artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, ma anche gente del popolo. Per semplificare: al nord ha parlato il linguaggio del liberismo e della modernità, al sud quello del protezionismo e della tradizione. Quando Berlusconi sarà uscito di scena questo blocco sociale resterà. Bisognerà vedere chi lo erediterà.

Di fronte a questo scenario la sinistra come sta?
La sinistra ha compiuto un doppio errore: o ha sottostimato Berlusconi considerandolo un epifenomeno, oppure lo ha sovrastimato considerandolo un pericolo. Così facendo non ha capito la società. Sono gli stessi problemi che ha la sinistra in Europa: perde consensi nei ceti popolari, non attrae i giovani, ha difficoltà con i ceti medi. Poi ci sono i problemi di strategia: con chi allearsi, che tipo di partito, quale identità. E infine il problema dei problemi: trovare un leader forte. Il Pd oggi ha un nuovo leader: Bersani.

Come giudica la sua scelta di presentarsi quasi come un antileader?
Mi ricorda Prodi che ha vinto per la sua serietà. Bersani sa che sul terreno mediatico non può competere con Berlusconi e allora inventa una sorta di “leader collettivo”. Non mi pare una scelta sbagliata perché in questo modo può riuscire a ricompattare il partito. Ma credo sia una tappa. Il problema infatti resta sempre quello di far emergere un leader che parli alla gente e soprattutto un leader non legato al passato. In questo senso Bersani è più un leader di transizione.

Sabato 5 dicembre a Roma ci sarà una manifestazione contro Berlusconi nata sul web. Il Pd è molto prudente: sbaglia?
Capisco la difficoltà del Pd: vorrebbe partecipare ma sa che l’antiberlusconismo con è una politica. Che il popolo del web riesca a organizzare una manifestazione così importante dimostra comunque che c’è un’altra Italia. Secondo me il problema non è il 5 dicembre, ma il giorno dopo. Quando resterà il tema principale: come costruire un’alternativa a Berlusconi.

02 dicembre 2009
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