Calise: «La successione sarà sanguinosa»
di Pietro Spatarotutti gli articoli dell'autore
Berlusconi è entrato in crisi... ».Non ha dubbi Mauro Calise, docente di Scienza della politica all’Università di Napoli e studioso del «partito personale». È convinto che la fase del Cavaliere si stia chiudendo e che si apra una battaglia aspra per la successione. Una fase nella quale la sinistra deve sapersi mettere in gioco.
Quindi lei è convinto che le continue fibrillazioni nella destra (Fini, Tremonti, Brunetta) non siano scaramucce?
«No, non sono scaramucce. Diciamo che si è aperta una lotta per la successione che più va avanti e più diventa, diciamo così, vivace. Siamo ormai in una fase in cui la parabola del premier si sta chiudendo ».
Non sarà per caso un’altra illusione ottica?
«Non credo, perché oggi questa impressione è condivisa all’interno del centrodestra. La novità principale è che anche per Berlusconi è passato del tempo, quindici anni. Vede, il ritorno del potere personale in Italia è stato virulento, per tanti anni siamo stati una eccezione insieme con la Germania: c’erano i partiti di massa che erano organismi sovrani, abbiamo vissuto nel regime dei partiti. Poi quel modello è entrato in crisi ed è arrivato Berlusconi che è sceso in campo con tre elementi di forza: capacità finanziarie, organizzative e politiche. Se andiamo indietro nel tempo è difficile trovare unorganizzatore con la stessa stoffa».
Oggi quel modello entra in crisi?
«No, io dico che entra in crisi Berlusconi. Come dicevo sono passati gli anni, si è usurato il suo potere e anche il suo fisico. Il problema della successione quindi si pone in maniera diversa da prima, anche per quegli episodi della sfera privata che abbiamo seguito nei mesi scorsi. Insomma io credo che l’uscita di scena del premier sia abbastanza vicina. Ma l’esito è incerto. La guerra di successione sarà sanguinosa. Ma anche dopo resterà un problema per noi».
Quale?
«Quello della personalizzazione della politica. Io credo che lui, usando il suo poetere personale,non abbia cambiato l’Italia. E’ riuscito invece a interpretarla».
Quindi secondo lei eravamo così anche prima?
«Pensi all’epoca del pentapartito e mi dica che cos’era allora l’Italia. Non somigliava a questa in cui viviamo? Berlusconi ha solo estremizzato tutto: l’individualismo e il familismo di cui parliamo erano già caratteri tipici della nostra società. Berlusconi li ha presi e li ha messi al centro».
E poi ha messo la sua persona al centro del centro...
«La crisi dei partiti gli ha lasciato campolibero. Ma guardi che la stessa operazione la stanno facendo Di Pietro o Lombardo. La fa anche tutto il ceto politico meridionale. Non dobbiamo dimenticare che la personalizzazione della politica ha due facce. Una “macro” che vuol dire Berlusconi maanche i governatori, i sindaci, insomma i presidenti. E l’altra “micro” che comprende le relazioni locali e anche i rapporti clientelari con tutte le sue degenerazioni: basta vedere il peso del voto di preferenza nelle elezioni amministrative e non solo al Sud. La personalizzazione della politica ha avuto, come prodotti derivati, il rapporto tra magistratura e politica e tra stampa e politica. E in questa logica la personalizzazione agisce a 360 gradi».
Toccando anche a sinistra?
«Certo ha toccato anche il centrosinistra. Veltroni ha tentato di imporre questo modello personale in modo intelligente ma non ha funzionato. Per far funzionare quel meccanismo servono insieme capacità di comunicazione e organizzazione.Ma io vedo anche due aggravanti nell’operazione di Veltroni. La prima: ha lanciato, in parallelo con il Pd, un altro partito personale, quello di Di Pietro e questa è stata un’operazione suicida. La seconda: si è scagliato lancia in resta contro i personalismi degli amministratori locali. Con il paradosso che si è cacciato De Mita ma oggi si cercano alleanze con l’Udc...».
Sì ma quella è stata una scelta selettiva, di pulizia della politica...
«Se il centrosinistra vuole governare, soprattutto al sud, deve farsi carico di questo aspetto “micro” del potere personale. Certo, lo deve controllare, arginare: deve impedire che la camorra o i poteri criminali si infiltrino. Però non può far finta che non esista il problema ».
Perciò servono dei forti correttivi del potere personale: quali?
«Guardi intanto le dico che il nuovo segretario del Pd ha adottato una linea giusta, quella di mettere la sordina al potere personale. Credo che si sia convinto che non si regga la partita con Berlusconi su questo piano. E allora torna alle condizioni originarie e punta su una leadership collegiale. Possiamo dire che Bersani è un anti-leader e in questo modo cerca di tenere il Pd al riparo».
Ma in un’epoca in cui il leader pesa tanto non rischia di essere un difetto?
«Credo che per il momento mettere la sordinanonguasti. Il punto è che contemporaneamente si devono trovare argini istituzionali al potere personale. Bisogna pensare a una riforma dei poteri di Palazzo Chigi. Perché il punto è proprio questo: se si riesce ad ancorare la personalizzazione a un potere istituzionale è un bene. Se invece il potere personale resta libero la partita diventa cattiva. Erano personali, per esempio, i collegi previsti dalla legge elettorale chiamata Mattarellum ma lo erano in modo virtuoso. C’era una battaglia nel territorio, ognuno doveva battersi per conquistare voti. La nuova legge elettorale ha avviato invece una personalizzazione della nomenklatura: conta il capo che sceglie i fedeli e li mette in lista».
Ma insomma, professore, dobbiamo rassegnarci a questo potere personale nella politica?
«Dobbiamo prendere atto che esiste ed è un fenomeno diffuso in tutto l’Occidente. Non mi pare che sappiamo ancora bene come affrontarlo e come regolamentarlo. Siamo in unafase di guerra di tutti contro tutti, di presidenti contro partiti. Allora: o si lascia che si scannino oppure si trova una soluzione. Servono riforme culturali e istituzionali: non sta a me indicarle, io cerco di indicare il problema. Però sia chiaro: non possiamo rimpiangere il passato, non possiamo esorcizzare la personalizzazione. Penso che sia un problema della modernità. E qui sta secondo me uno dei più grandi fallimenti di Berlusconi: non è riuscito a istituzionalizzare il potere personale.E oggi è tutto più complicato e incerto di ieri».




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