L'io di Marrazzo e il perdono
di Filippo Di Giacomotutti gli articoli dell'autore
Riuscirà mai Piero Marrazzo a perdonare se stesso? Le scarse notizie che giungono dalla solitudine in cui si trova, fanno trapelare soprattutto la parola «perdono». Sarebbe questo il gesto che Marrazzo invocherebbe. Lo chiederebbe a tutti: alla sua famiglia, ai suoi elettori, ai suoi amici, ai suoi colleghi e ora – pare - anche al cardinale Bertone ed al Pontefice. Shakespeare fa esclamare a un personaggio di una sua tragedia: «c’è più filosofia nella vita che nei libri di tutti i filosofi». Limitandoci solo a quella porzione di vita che la cronaca nera - la stessa che tesse la sua lugubre tela anche intorno ai personaggi di via Gradoli - ci ha raccontato in questi anni confusi, dal matricidio di Novi Ligure alla strage perpetrata da Olindo Romano a Rosa Bazzi, sembra che proprio negli stessi luoghi dove le tragedie avvengono l’Italia che crede e che resiste ad ogni crisi morale e sociale, riesca a dare il meglio di sé. Lamammadi Erica, insegnante di catechismo nella sua parrocchia, è morta dicendo alla figlia «ti perdono». Anche suor Maria Laura Mainetti, la suora uccisa in Val Chiavenna da tre adolescenti qualche anno fa, prima di spirare le perdonò. E di Carlo Castagna, il più colpito dalla crudeltà di chi uccide, conosciamo le scelte etiche e spirituali. Le cronache giudiziarie hanno, loro malgrado, anche questo dono: rappresentano coscienze che, nei momenti più tragici, conservano la forza della loro individualità.
L’Occidente, il cristianesimo, da sempre hanno considerato fondamentali l’esercizio di quei valori che formano le coscienze alla resistenza contro ogni fallimento delle utopie sociali e culturali. Dal personale stiamo scivolando sul politico: in questi giorni c’è chi lo ha ricordato. Ci riferiamo al gesto di perdono di Giovanni Bachelet, detto e compiuto il 12febbraio del 1980, il giorno dei funerali di suo padre. La frase fu, dall’ambone della basilica di San Giovanni: «vogliamo pregare per coloro che hanno colpito il mio papà perché senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Oggi è quasi concorde l’opinione che a questa circostanza, e a queste parole, attribuisce l’inizio dello svuotamento del patto omicida che legava i membri delle frange armate della sinistra extraparlamentare dell’epoca. Johan Baptis Metz, padre della teologia politica, è spesso citato negli scritti di JosephRatzinger. Alla fine della sua carriera accademica, nel 2003, ha tenuto a far sapere che alle parole- chiave della sua teologia(memoria, narrazione, solidarietà mistico- politica) voleva che i suoi allievi aggiungessero la parola «compassione ». E ha spiegato: «Cosa succederebbe se i cristiani, nei loro distinti modi di vita, osassero questo esperimento della compassione, non importa se in forma modesta, purché sempre nuova, indefessa, e così alla fine si pervenisse a una ecumene della compassione tra tutti i cristiani: cosa succederebbe? non sarebbe questa una nuova luce proiettata sulla nostra terra, su questo mondo globalizzato e tuttavia così dolorosamente lacerato?». E, tanto per non creare ammucchiate teoriche e sincretistiche, spiegava che la sua idea di compassione nonera interpretabile nel senso buddhista: «il Buddha tiene “gli occhi chiusi”, mentre il cristiano, orientato alla prassi, tiene “gli occhi aperti” sulla storia del mondo».
Uno dei morti della vicenda Marrazzo era italiano, l’altro brasiliano, entrambi avevano scelto di condurre la loro vita su una linea di confine dove non sembrano esserci né luci né ombre. Un testo evangelico caro ai cristiani di ogni tempo – forse il più caro- è quello «delle beatitudini». In questa pagina, Cristo inizia ogni passaggio del suo discorso con l’espressione «beato», cioè «felice». L’apparente contraddizione è che tale qualificativo viene inserito in una serie di punti che, singolarmente e collettivamente intesi, descrivono i momenti più scabrosi della vita umana.Gesù dichiara «beati», felici, anche i «poveri di cuore». Ovviamente, il Vangelo non dichiara felici gli aridi, gli anaffettivi. Parla invece di coloro che non accettano più di vivereuna vita in cui le grandi soddisfazioni sono tratte da situazioni più o meno mediocri. Essere «poveri di cuore» significa non accontentarsi più dell’idea corrente di felicità ma, mettendosi alla scuola della semplicità, cercare la «beatitudine » nel tempo – così come viene - e nelle persone che incontriamo, così come sono. Su questa strada, Marrazzo incontrerà solo persone che hanno molto da perdonarsi e, proprio per questo, sapranno dirgli come trasformare la povertà del proprio cuore in una nuova opportunità.




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