Alcoa, i tre operai scendono dal silos

di Davide Madeddututti gli articoli dell'autore

Quindici giorni per salvare la fabbrica. Che resta occupata. I lavoratori incatenati a sessanta metri d’altezza scendono, ma la protesta per salvare l’industria che garantisce duemila buste paga non si ferma. E il 26 si sposta a Roma. Sono le 9,30 quando nella sala riunioni dello stabilimento Alcoa di Portovesme inizia l’assemblea. Sul tavolo della presidenza i sindacati confederali territoriali, i segretari della categoria dei metalmeccanici e il segretario generale della Cgil. Assieme a loro i sindaci del Sulcis Iglesiente e qualche parlamentare. «Non abbiamo più voglia di prendere manganellate e di farci prendere in giro - premette Franco Bardi, segretario della Fiom Cgil -. Lo stabilimento, è bene che se lo metta in testa anche Alcoa, è nostro, dei lavoratori e degli abitanti di questo territorio. Questa lotta finirà solo con una soluzione concreta». Davanti ai cancelli cataste di “billette” d’alluminio impediscono il passaggio dei mezzi pesanti. «L’uscita delle merci è bloccata - dice Roberto Puddu della Camera del lavoro - almeno sino a quando non si trova una soluzione concreta». Che significa far sì che l’azienda possa acquistare energia allo stesso prezzo delle altre imprese europee. «L’azienda ha annunciato che per 15 giorni proseguirà con la produzione - aggiunge Bardi - noi diciamo che non accettiamo alcuna fermata. Neppure temporanea».

La tensione tra i lavoratori è alta. «È tempo di finirla con i proclami - dice Francesco Sanna, senatore del Pd - il governo non ha fatto ancora nulla, né per la procedura di infrazione né per le tariffe agevolate. Con la conseguenza che il tempo passa e la fabbrica rischia di chiudere». Rino Barca, segretario della Cisl metalmeccanici annuncia la fine dello sciopero della fame a sessanta metri d’altezza. Non è una resa, anzi. «Scendiamo - dicono i lavoratori, giubbotti antivento e passamontagna mentre dalle scale interne alla torre raggiungono il gabbiotto a piano terra - ma se dovesse servire, siamo pronti a risalire». Tore Cherchi, sindaco di Carbonia e presidente dell’Anci regionale traccia la strada da seguire. «Deve essere convocato il tavolo bilaterale tra Alcoa ed Enel per trovare la soluzione, inoltre il governo deve intervenire sulla questione dell’interrompibilità dell’energia, sui costi dei trasporti. Le promesse non servono più». Nicola Arrius, delegato dell’Eurallumina, l’azienda vicina che da aprile ha i lavoratori in cassa integrazione è categorico. «Il tempo delle promesse è finito . Questa volta tutti assieme andiamo a Roma». Massimo Cara della Rsu Alcoa non usa giri di parole. «Se chiude questa fabbrica siamo disposti a tutto. Anche a fermare le centrali dell’Enel».

Le reazioni non si fanno attendere. Ai lavoratori arriva la solidarietà del segretario nazionale del Pdci Oliviero Diliberto e quella dei segretari regionali di Pdci Claudio Giorgi e Prc Gianni Fresu, mentre il segretario del Pd Silvio Lai fa sapere che «Pierluigi Bersani ha garantito un’iniziativa parlamentare del Pd per affrontare l’emergenza». Il 25 sindaci, sindacati e lavoratori con le loro famiglie partono a Roma. Il 26 manifesteranno davanti a Palazzo Chigi. Nel frattempo la fabbrica resta occupata.

22 novembre 2009
  • Condividi su:Condividi su: 
  •  Facebook
  •  Twitter
  •  Myspace
  •  Google
  •  Delicious
  •  Digg
  •  Linkedin
  •  Reddit
  •  Ok Notizie
  •  Blinklist
  •  Zic Zac
  •  Technorati
  •  Live
  •  Yahoo
  •  Segnalo
  •  Up News
--------------------------------------------------------------------------------------------------------