Intervista al Nobel Shirin Ebadi
di Luca Landòtutti gli articoli dell'autore
Dimenticate Tolstoj. Leggetelo e studiatelo, certo. Ma se pensate alla pace come il contrario della guerra, vuol dire che siete rimasti all'Ottocento. Parola di Shirin Ebadi, iraniana e premio Nobel per la pace nel 2003 per «i suoi sforzi a favore della democrazia e dei diritti umani».
«Pace non vuol dire assenza di guerre. Questo è un concetto che valeva nei secoli scorsi, ma non permette di capire quello che sta accadendo oggi. Dobbiamo trovare una definizione più adeguata, altrimenti sbagliamo strada», dice la Ebadi, intervenuta a Milano durante il convegno mondiale «Science for Peace» organizzato dalla Fondazione Umberto Veronesi.
Dalla critica alla proposta. Cosa propone per esprimere il concetto di pace?
«Di guardare la realtà dal punto di vista pratico. Che differenza passa tra morire per un colpo di fucile o per la mancanza di acqua potabile? A mio parere nessuna. Cosa c'è di diverso tra l'essere catturati da un esercito straniero o finire in prigione per aver scritto un articolo contrario al regime del tuo paese? E vagabondare perché ti hanno bombardato la casa è forse peggio che dormire sotto i ponti perché sei troppo povero? Sono tutte condizioni inaccettabili, diverse nella forma ma uguali nella sostanza. Mettiamola così: la pace è un insieme di condizioni in cui l'uomo può vivere liberamente e in piena dignità. La guerra è uno strumento efficacissimo per cancellare, in un solo colpo, tutte queste condizioni. Ma anche la povertà, la miseria, la mancanza di libertà riescono a ottenere lo stesso, malefico risultato».
Che fare?
«Tante cose. E se possibile tutte insieme. A cominciare dalla lotta contro la miseria. Ricordo che tra gli obbiettivi del Millennio dell'Onu, al primo posto c'è proprio la lotta contro la povertà estrema».
Grandi principi ma scarsi risultati. Il vertice Fao che si è appena concluso a Roma non è stato un esempio di successo.
«Lo so bene. Sono la prima a dire che si è fatto e si continua a fare troppo poco. Ma se smettiamo di parlare faremo ancora meno. Dipende ovviamente dalle parole che si usano. E quelle che ho in mente io non sono slogan o frasi a effetto: sono numeri, sono pietre».
Quali?
«Lo sa che ogni anno nel mondo muoiono un milione e mezzo di bambini perché non hanno accesso all'acqua potabile o alle più elementari condizioni igieniche e sanitarie? Non lo dico io, lo dice l'Unicef. E sa che con gli avanzi dei ristoranti americani ed europei si potrebbe sfamare l'intera continente africano. Ha capito bene, con gli avanzi... Vado avanti. Ci sono Paesi, sempre in Africa, dove l'85% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno: come fai a fermare le grandi migrazioni verso l'Europa se prima non guardi in faccia la realtà, questa realtà?».
Sono dati che vengono ripetuti nei congressi, come questo. Ma intanto il mondo va avanti come prima.
«Perché voltiamo la testa dall'altra parte. Per questo li dobbiamo ripetere sempre quei numeri: un mantra della pace, come direbbe Tara Gandhi che oggi ha parlato alla mia stessa platea. Tra i numeri che ripeto sempre c'è un dato, anche questo noto, sul quale dovremmo riflettere: oggi l'80 % delle ricchezze del pianeta sono nelle mani dell'1% della popolazione. La chiave di tutto è proprio qui: se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo rivedere il modo in cui stiamo al mondo».
È una critica all'attuale modello economico.
«Non sono contraria al capitalismo in sé. Sono contraria al capitalismo senza criteri e senza freni, che punta a spremere il mondo come un limone senza preoccuparsi delle conseguenze».
Esiste un capitalismo dal volto umano?
«Penso di sì, ma so che non è questo. Ed è qui che la scienza può giocare un ruolo decisivo. Gli scienziati sono gli unici che possono dirci se esiste un modo per soddisfare i bisogni di oggi senza dimenticare il mondo di domani. Non sto dicendo che tocca agli scienziati decidere: dico che se non abbiamo le informazioni giuste, non possiamo prendere le decisioni giuste per il futuro».
I consigli della scienza, le scelte della politica.
«Passando per i cittadini, naturalmente. Lo sviluppo sostenibile è l'unico modo per conciliare presente e futuro. Ma dipende da ciascuno di noi. A cominciare dai consumi. Anche i più piccoli. Quanta carta usiamo, ogni giorno, senza averne realmente bisogno? E perché ogni volta che vado in un negozio mi danno un sacchetto di plastica? Cominciamo a dire di no agli sprechi. Se fosse per me metterei una multa a chi si ostina a darti una busta di plastica».
Non mi dica che basta un sacchetto...
«Non sottovaluti i piccoli gesti. Il mondo è fatto, ogni giorno, di piccole azioni. La novità è che oggi i nostri gesti possono avere conseguenze, positive o negative, anche per gli altri esseri umani».
Effetto della globalizzazione.
«Viviamo in un mondo globale, dove anche la pace e la guerra seguono le regole nuove della dimensione planetaria e collettiva. Oggi non basta vivere in un paese libero da guerre per sentirsi al sicuro. Pensiamo all'11 settembre, ma anche agli attentati di Madrid e di Londra».
È il terrore che si è globalizzato.
«Perché è stato più rapido della politica, che non ha capito che il mondo stava cambiando. Prendiamo l'Afghanistan. Quando l'Unione sovietica lo ha invaso, gli Stati Uniti hanno reagito adottando gli schemi della vecchia politica. Non hanno reagito militarmente, ma hanno fatto qualcosa di simile: tramite il Pakistan hanno iniziato a finanziare gruppi radicali talebani. Il risultato è che per liberare l'Afghanistan dall'invasione sovietica lo hanno consegnato nelle mani di un potere radicale e fanatico. Con conseguenze che, come sappiamo, non si fermano ai confini afgani».
Ha una proposta?
«Pensare alla pace in termini globali, non più locali. Se ci sono Paesi che vivono in condizioni di povertà o ingiustizia dobbiamo sapere che questo, prima o poi, avrà delle conseguenze sulla nostra sicurezza. La pace ha un valore politico, non solo morale. Abbiamo bisogno di sviluppare una globalizzazione più giusta ed equilibrata. E di organismi internazionali che possano esercitare un controllo sui governi che violano le regole dei diritti umani».
Ci sarebbe l'Onu...
«Basta che prenda le decisioni giuste. La risoluzione di venerdì contro l'Iran, il mio paese, è stata molto importante perché esprime una condanna forte della comunità internazionale contro uno Stato che sta violando, ogni giorno, i diritti dell'uomo. In altri casi, sempre a proposito dell'Iran, la stessa comunità internazionale ha preso iniziative sbagliate, come per le sanzioni economiche contro l'arricchimento di uranio».
Ma il problema esiste, non le pare?
«Certo, ma le sanzioni finiscono sempre per colpire la popolazione, non il regime. La via giusta è quella del negoziato, ad oltranza e ad ogni costo. Soprattutto quando i paesi dall'altra parte del tavolo sono capaci di esprimere condanne importanti come quella dell'Onu di venerdì».
Restiamo in Iran. Lei durante il suo intervento ha detto che ogni giorno riceve minacce di morte.
«Ci sono abituata. L'importante è non fermarsi mai, altrimenti la vita perde ogni senso».
Cosa è cambiato dopo il Nobel?
«Mi ha aiutato molto a livello internazionale, perché mi ha permesso di portare le mie parole in tantissimi paesi diversi. Purtroppo da questi paesi ne manca uno, il mio. Dopo il Nobel hanno sequestrato tutti i miei beni. Si sono presi persino la medaglia che mi hanno dato a Oslo: era in una cassetta di sicurezza assieme ad altri premi e riconoscimenti. Hanno preso tutto. Per fortuna mi è rimasta la voce».




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