L'ultimo giallo di Brenda I pm: «Si indaga per omicidio»
di Mariagrazia Gerinatutti gli articoli dell'autore
Le valige pronte. Il borsone, con i panni, da cui si sono sprigionate le fiamme, proprio dietro la porta. E sul soppalco, che, nel minuscolo appartamento, faceva da zona letto, il corpo di Brenda, l’altra trans che Piero Marrazzo frequentava prima dello scandalo: interamente nuda e annerita dal fumo. Riversa in terra, vicina al materasso, con accanto una bottiglia di whisky. Nessuna traccia di bruciatura su di lei o di violenza. Nessuna presenza di liquido infiammabile. Le fiamme che hanno in parte bruciato il materasso non hanno avuto né il tempo né la forza di arrivare fino a lei. Un incendio modestissimo. Le finestre erano chiuse, sigillate, e nei sedici metri quadri seminterrati in cui Brenda è morta, l’ossigeno era troppo poco anche per alimentarlo. Chiusa anche la porta, a doppia mandata. Se qualcuno, appiccato il fuoco, ha lasciato l’appartamento, lo ha fatto chiudendosi dietro la porta con le chiavi.
"Brenda è morta a causa di una asfissia per esalazioni da ossido di carbonio". È questo il primo risultato dell'autopsia svoltasi oggi nell'istituto di medicina legale del Gemelli, su disposizione della Procura di Roma. L'accertamento è stato effettuato da un pool di cinque medici. gli esperti hanno anche avuto incarico di svolgere gli accertamenti tossicologici e istologici. Ma per avere un responso da queste verifiche bisognerà attendere quasi certamente ancora qualche giorno. Ed è caccia al secondo cellullare della vittima.
Polizia e magistratura indagano per omicidio volontario. E il movente potrebbe essere nel computer che gli inquirenti hanno trovato gettato nel lavello, con il rubinetto aperto e l’acqua che continuava a scorrere. Lì dentro potrebbe esserci ancora traccia del secondo video, di cui lei stessa aveva confermato l’esistenza, dopo l’arresto da parte dei carabinieri della compagnia Trionfale. Ai magistrati che indagavano su blitz di via Gradoli, sul video e sul ricatto che gli uomini dell’Arma avrebbero ordito ai danni del governatore del Lazio, Brenda, al secolo Wendell Mendes Paes, aveva raccontato che quel video, con lei e Marrazzo, insieme a un’altra trans, Michelle, che nel frattempo era già andata via Parigi, esisteva davvero. «Certo, avevo quel video, lo custodivo nel mio computer», aveva fatto mettere a verbale. «Ma - aveva aggiunto poi - l'ho distrutto perché avevo paura». E dopo quelle parole nessuno era andato a perquisire la sua abitazione per trovarne le tracce. Aveva paura Brenda, che la prossima settimana avrebbe compiuto 32 anni. Ne aveva avuto ancora di più da quando, dieci giorni fa, era stata aggredita da una banda di romeni. «Diceva che quella non era stata una rapina, ripeteva che le avevano portato via il telefonino e questa cosa la riempiva di angoscia», racconta una sua amica trans, Alessia, che non riesce a darsi pace e continua a ripetere «È una tragedia» mentre fa su e giù da via Stasi a via Due Ponti. Un labirinto di scale e cunicoli, accessi segreti e case minuscole, arroccate e sepolte nella collina con vista sulla Roma-bene.
L’isola dei trans, la chiamano. Un’isola lambita dalla ricchezza. I carabinieri che hanno sorpreso Marrazzo nell’appartamento di via Gradoli la conoscevano bene. «Stavano sempre qui a cercare qualcuno da incastrare, erano terribili», raccontano due ragazzi di colore affacciati al 180 di via Due Ponti. L’appartamento di Brenda è l’ultimo in fondo a destra, palazzina F. Quello di Alessia è sul retro. «Una volta avevano rapinato uno dei miei clienti, l’ho raccontato agli inquirenti, quando me l’hanno chiesto», racconta Barbara, uno dei trans di via Due Ponti. Una delle ultime a vedere Brenda: «L’avevo incontrata la sera stessa, alle 21.30, era tranquilla, ci siamo parlate e poi lei è andata a lavorare». Alessia invece l’aveva vista la sera prima. «Brenda era una persona generosa, ma era molto depressa, negli ultimi tempi non mangiava più e beveva tanto, voleva uscire in qualunque modo da questa storia», racconta Alessia. «Eravamo amiche, stavamo sempre insieme, io, lei e China», una delle testimoni ascoltate in questura. Insieme erano andate in procura. «A me avevano chiesto di un campione di Formula uno, a Brenda di Marrazzo e del video». «Non capisco perché con me non ne avesse parlato, ma certo se l’hanno ammazzata deve essere per quello». «Brenda aveva paura, ma ora ho paura anche io, abbiamo paura tutte».




Condividi su: 
















