La Scienza antidoto contro la guerra
di Luca Landòtutti gli articoli dell'autore
Facciamo due conti. La portaerei italiana Cavour è costata 1,400 miliardi di euro: con quei soldi in Italia si costruiscono 4000 asili nido. Per un sottomarino classe Virginia ci vogliono 2,7 miliardi di dollari, quanto un anno di cure per 7,5 milioni di donne africane sieropositive. Andiamo avanti? Mantenere le armi del mondo costa ogni giorno 4 miliardi dollari: significa che ogni 24 ore (guardate l'orologio) bruciamo l'equivalente dei programmi Oms di controllo della malaria, malattia che provoca un milione di morti ogni anno.
Non serve la scienza per capire come questi numeri contengano il germe di quella follia chiamata guerra. Eppure sono queste le cifre che scienziati e premi Nobel hanno ieri snocciolato a Milano nel corso di “Science for peace”, la conferenza mondiale organizzata dalla Fondazione Umberto Veronesi. Con un obiettivo dichiarato: difendere e diffondere gli strumenti della ragione. “Oggi il mondo è scivolato lungo i binari della irrazionalità - dice Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina per aver individuato il virus Hiv - sappiamo con certezza che il futuro è segnato da minacce concrete come la diffusione di malattie croniche e il peggioramento delle condizioni ambientali. E noi che facciamo? Anziché unire gli sforzi per trovare una soluzione, spendiamo i soldi in armi. E, cosa peggiore, continuiamo a usarle”. E che può fare la scienza? Tante cose, dice Umberto Veronesi. Ad esempio trovare soluzioni ai problemi che sono alla base di molti conflitti. “Prendiamo l'acqua, che rischia di essere un elemento di grande instabilità per i prossimi anni: le tecniche di desalinizzazione possono rappresentare una soluzione. O il cibo, o l'energia: abbiamo in mente quante guerre vengono fatte in nome del petrolio?”.
Già, ma intanto i conflitti continuano. Come dice Alberto Martinelli, preside della Facoltà di Scienze politiche all'università di Milano: “Il Ventesimo secolo è stato segnato da grandissime scoperte ma anche due guerre mondiali e una infinità di conflitti che si trascinano ancora oggi. Non è un controsenso?”. Claude Cohen-Tannoudji, premio Nobel per la Fisica nel '97, non ha dubbi: “La scienza parla un linguaggio universale. Supera i confini e promuove la collaborazione, anche fra persone di paesi fra loro in conflitto. Guardi il Medio Oriente dove abbiamo fondato l'Ipso, che sta per Organizzazione scientifica israelo-palestinese: è un ente non politico che raccoglie fondi per finanziare progetti di ricerca presentati congiuntamente da scienziati dei due popoli. La controllano otto premi Nobel. Al primo bando sono arrivate 100 proposte, la metà di ottimo livello. Come il progetto sulle nanotecnologie di Dami Porath e Mukales Sownan: un palestinese e un israeliano, ottimi scienziati e grandi amici”.
Belle parole. Con il rischio di lasciarle nel taccuino dei buoni propositi. Niente affatto, dice Veronesi: “Gli scienziati, se vogliono, possono diventare una lobby potente, nel senso più anglosassone del termine. Quello cioé di esercitare pressione sul mondo politico. Questa conferenza si propone di mettere a fuoco obbiettivi precisi: riduzione progressiva delle spese militari; destinare le risorse recuperate a un fondo comune gestito dall'Onu che finanzierà progetti di ricerca o di urgenza sociale. Infine lavorare per la diffusione di una autentica cultura della pace a tutti i livelli, a cominciare dalle scuole”. Una missione impossibile? “Quando mio zio John disse che l'uomo sarebbe andato sulla Luna, tutti pensavano che fosse una trovata per raccogliere consensi”, dice Kathleen Kennedy, figlia di Robert e vicepresidente di Science for peace.




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