Gi immigrati? Invisibili ma perseguitati
di Alessandro Dal Lagotutti gli articoli dell'autore
Dalla fine degli anni Settanta in poi, l’emigrazione italiana cessa di essere un fenomenorilevante. Il paese, dopo il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta e nonostante la crisi petrolifera, entra nel gruppo dei paesi più industrializzati del mondo. In questo quadro, mentre si scopre potenza economica, l’Italia comincia ad avvertire la presenza di stranieri, provenienti soprattutto dal bacino mediterraneo e dal Maghreb e anche da paesi asiatici. All’inizio, negli anni Ottanta, il fenomeno è limitato e non dà luogo a particolari reazioni. Il governo italiano si limita a diverse «sanatorie», riconoscendo cioè la condizione di fatto degli stranieri che lavorano in Italia. Paradossalmente, il momento più alto dell’incapacità, soprattutto sociologica, di comprendere chi sono i migranti viene raggiunto quando, all’inizio degli anni Novanta, cominciano a diffondersi le prime analisi «culturali». La scoperta del multiculturalismo o dell’intercultura in ambito italiano parte dall’assunto che gli stranieri non siano individui o attori sociali razionali come chiunque altro, e quindi soggetti a una pluralità di influssi, e capaci di rielaborarli in scelte,marappresentanti delle loro culture d’origine. Verso la metà degli anni Novanta, i fenomeni migratori sono al centro di una preoccupazione nuova, soprattutto politico-mediale, e cioè la relazione tra immigrazione e criminalità. Infatti, se considerati come mere estensioni di una comunità, gli immigrati saranno generalmente ritenuti responsabili di reati eventualmente commessi da altri immigrati. È ciò che è stato chiamato «delitto di immigrazione». Con ciò siamo davanti ad una svolta. Per comprenderne la natura, è indispensabile ricordare brevemente la crisi della cosiddetta prima repubblica, a partire dal 1992. Dopo l’inchiesta sulla corruzione denominata Tangentopoli, spariscono due partiti storici, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, oltre ad alcuni minori. Tra il 1989 e il 1991, il Partito Comunista Italiano rinuncia alla sua ideologia ufficiale e inizia un processo di trasformazione che porterà gli ex comunisti, in poco più di 18 anni, a diventare la mera componente di una formazione politica sostanzialmente moderatae centrista, l’attuale Partito Democratico. Già alla fine degli anni Ottanta si afferma la Lega, dapprima movimento autonomista di tipo vagamente catalano (ma già espressione di sentimenti xenofobi) e oggi, in sostanza, partito di estrema destra, esplicitamente votato alla «cattiveria» nei confronti dei clandestini e degli immigrati in generale.
Ma la svolta autoritaria e xenofoba del paese, risultante nel dominio pressoché incontrastato di Silvio Berlusconi sulla politica italiana affonda piuttosto le radici in una profonda trasformazione della società italiana che, forse più di altri paesi europei o occidentali, ha visto diffondersi un sentimento diffuso e bipartisan di paura. Paura per il futuro, per la precarizzazione dell’occupazione, per la modificazione degli stili di vita, senso di incertezza esistenziale e sociale, e così via. Alimentando la paura, soffiando sul fuoco di un’insofferenza diffusa verso gli stranieri, trasformando le questioni migratorie nel problema ossessivo dei clandestini, il sistema politico (non diversamente da gran parte dei media) ha creduto di riguadagnare un consenso incrinato da decenni. Il risultato è che i migranti (e figure analoghe come i rom, e anche cittadini comunitari di paesi come la Romania) sono ormai individuati quali cause principali del disagio diffuso. A ciò si deve aggiungere l’oggettiva tolleranza per il discorso xenofobo, da quando i partiti di estrema destra sono entrati a far parte dello schieramento politico moderato o conservatore. Il risultato di questi processi è la presenza nel paese di circa 4 milioni di persone sostanzialmente escluse da qualsiasi prospettiva di cittadinanza e oggettivamente tenute in una condizione di sospetto. Un’analisi di questi fenomeni che non si limiti a una mera denuncia deve tener conto di un paradosso evidente. Da una parte, cresce apparentemente la xenofobia e la maggioranza dell’opinione pubblica si dichiara ostile ai migranti. Dall’altra, il loro numero cresce costantemente. Il paradosso consiste nel fatto che la crescita degli ultimi anni è avvenuta in un periodo in cui è stata al potere quasi esclusivamente la destra.
APPARENTE CONTRADDIZIONE
La spiegazione di questa apparente contraddizione non risiede solo nella ben nota disorganizzazione degli apparati di stato e nel carattere demagogico del controllo dell’immigrazione clandestina da parte della destra, come ama ritenere la sinistra moderata (il cui atteggiamento, in questo e in altri casi, è stato complementare a quello della destra). Risiede probabilmente nel carattere assai particolare dell’economia italiana. Un paese in cui il valore aggiunto dell’economia sommersa rappresenta circa il 20% del Prodotto interno lordo ha incessantemente bisogno di forza lavoro mobile, sottopagata e che non avanzi rivendicazioni. Da questo punto di vista, gli stranieri non costituiscono tanto un «esercito industriale di riserva » (perchénon sono in competizione con i nativi, in settori «poveri» come l’edilizia, l’agricoltura stagionale ecc.), quantoun serbatoio di lavoro a «disposizione» di un’economia anomala, rispetto agli standard degli altri paesi sviluppati. Ed ecco, allora, perché in Italia si muovono centinaia di migliaia di persone contemporaneamente prive di diritti e indispensabili al funzionamento della macchina sociale. «Vi temiamo, ma abbiamo bisogno di voi». Dall’inizio degli anni Novanta in poi, migliaia di imprenditori si sono riversati in Albania, Romania, Tunisia, Marocco e altri paesi alla ricerca di forza lavoro a basso prezzo. Questa invasione, che peraltro nessuno ha mai contrastato, è un aspetto della delocalizzazione della produzione industriale oggi generalizzata in Europa e nel mondo occidentale. Ovviamente, la presenza di imprenditori italiani in paesi poveri non poteva che stimolare l’emigrazione della forza lavoro locale verso l’Italia, ma ciò viene considerato come un effetto collaterale negativo da contrastare. Non c’è forse un esempio migliore, per illustrare l’atteggiamento xenofobo di fondo della società italiana, di questo doppio regime: alla libera circolazione delle imprese e dei capitali italiani nei paesi limitrofi all’Italia corrisponde una chiusura nei confronti dei lavoratori locali.
Si tratta, come si è detto, di una chiusura a corrente alternata. Nonostante, proclami, sbarramenti ecc. gli stranieri giungono costantemente in Italia. Ma devono superare ostacoli di ogni tipo, affrontare viaggi rischiosi, con un alto tasso di mortalità, e accettare comunque una posizione subordinata e marginale nella società di approdo. Basta girare per le grandi città per avvedersi come gli stranieri siano letteralmente «invisibili» alla società in cui vivono. Si applica perfettamente a loro l’incipit di un noto romanzo di Ralph Ellison: Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro, come quelli che ossessionavano Edgar Allan Poe; e non sono neppure uno di quegli ectoplasmi dei film di Hollywood. Sono un uomo che ha consistenza, di carne e di ossa,fibre e umori, e si può persin dire che possegga un cervello. Sono invisibile semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi: capito? Come le teste prive di corpo che qualche volta si vedono nei baracconi da fiera, io mi trovo circondato da specchi deformanti di durissimo vetro. Quando gli altri si avvicinano, vedono solo quello che mi sta intorno, o se stessi, o delle invenzioni della loro fantasia, ogni e qualsiasi cosa, insomma, tranneme. Che queste parole possano essere tranquillamente pronunciate da qualsiasi migrante in Italia spiega, molto più di ogni altra documentazione, in che cosa consista il prevalente sguardo italiano su chi vive, o si trova a essere, sull’«altra riva» .




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