Patrizia Aldrovandi: Chi controlla i controllori?
di Salvatore Maria Righitutti gli articoli dell'autore
Heidi Giuliani aveva telefonato a lei, «scusa se non sono riuscita a salvare Federico ». E lei, Patrizia Aldrovandi, stava per dire la stessa cosa a Rita Cucchi, «mi spiace che non abbiamo impedito questo a Stefano». Di figlio in figlio, di madre in madre, di morte in morte. Un cupo déja vu, anzitutto. E poi, l’agghiacciante consapevolezza che si allunga la fila di mamme e padri a cui gli uomini in divisa prendono i figli e poi glieli restituiscono a pezzi. Una Spoon River di morti che lo Stato ha sulla coscienza. Una catena di genitori che si devono fare coraggio a vicenda, per il dolore inaudito e l’inaudita impotenza delle porte sbattute in faccia. «Ho conosciuto i genitori e la sorella di Stefano Cucchi sabato scorso, mi ha chiamato il nostro avvocato Fabio Anselmo per presentarmeli. Mi hanno detto che quando è successo il fatto hanno subito pensato a Federico e per questo sono venuti a Ferrara».
Da Federico a Stefano: a cosa ha pensato per prima cosa?
«Al silenzio. Il silenzio che hanno fatto calare anche su di noi e su di loro, un’omertà che non dice mai come stanno le cose, nemmeno che quel povero ragazzo stava male. Questo nascondere tutto quandonon ci deve essere niente danascondere ».
Da Ferrara a Roma, passando per Trieste col caso Rasman.
«Anche uno a Rovereto poco tempo fa, l’abbiamo scoperto da poco. L’elenco si allunga, anche troppo. E c’è qualcosa di sbagliato a monte, oltre il nostro immenso dolore e oltre le sentenze. Il questore di Ferrara ha detto che fino al terzo grado ogni cittadino ha la presunzione di innocenza, ma io penso che quei poliziotti condannati per la morte di Federico non dovrebbero più poter fare il loro lavoro. Chi viene condannato per la morte di una persona non dovrebbe più fare parte delle forza pubblica e delle istituzioni, perché chi rappresenta e la infrange, non può più continuare come prima. Penso che questa impunità a oltranza non sia degna di un paese civile. Tutti conosciamo l’importanza e il ruolo delle forze di polizia, il loro diritto ad una formazione e una preparazione vera. Chi sbaglia, però, deve essere buttato fuori ».
Dobbiamo aver paura dello Stato?
«Stefano come Federico, come gli altri, erano affidati a pubblici ufficiali che avrebbero dovuto prima di tutto garantirne la sicurezza. È un po’ come portare il figlio all’asilo e poi trovarlo massacrato. Mi rifiuto di usare la parola nemico, non voglio assolutamente fare generalizzazioni, male istituzioni devono dire e fare qualcosa che sia trasparente e credibile. Nel caso di Cucchi, per esempio, non affidare le indagini agli accusati come è successo per Federico. Non devono più metterci tanto tempo per fare le indagini e ogni singolo passaggio deve essere sotto la luce del sole. Dobbiamo recuperare la fiducia nelle istituzioni, ne abbiamo tutti bisogno».
La sentenza per Federico ha messo un parziale fine alla vostra storia.
«Sì,ma questo caso di Stefano Cucchi riapre la nostra ferita, immagino le sofferenze di quel ragazzo sotto le lenzuola, senza cibo né acqua. Mi viene anzi da pensare una cosa... ».
Ossia?
«Che nel caso di Federico e anche stavolta, se la prendono sempre coi più deboli. Mio figlio era un bambino, Stefano un ragazzo magro e minuto ».
Si è data una spiegazione?
«Non riesco a trovarne una plausibile, mi ricordo che gli agenti condannati per la morte di Federico, quando sono comparsi in aula per deporre erano soddisfatti del loro lavoro. Se si tratta di mele marce, devono essere eliminate. Invece evidentemente si sentono impuniti e tutelati ».
Allora è un problema del sistema?
«Dal sistema mi aspetto che faccia qualcosa, anche a livello locale. Per la manifestazione che ricordava Federico un anno dopo, i colleghi dei poliziotti qui a Ferrara giravano per i negozi e gli esercizi dicendo di chiudere e sbarrare tutto, perché era in arrivo un’orda di no-global e selvaggi. Erano solo persone che volevano ricordare mio figlio. Così come per i Cucchi, ai quali è stato impedito anche di fare fotografie al cadavere del figlio, il loro loro perito non ha potuto. Il problema poi è sempre quello... ».
Quale?
«Chi controlla i controllori? Il problema sono le regole e chi le deve far rispettare, che non può essere al di sopra della legge. La vera condanna per queste persone non è quella del tribunale, ma quello che li aspetta nella vita di tutti i giorni. Per questo mi aspetterei una condanna sociale per quello che hanno fatto, anche mediatica. Dovrebbe essere l’opinione pubblica a giudicarli come assassini per quello che hanno fatto, e chi si macchia di un reato così non può continuare a nascondersi dietro una divisa come se avesse la licenza di uccidere».
Come giudica la sentenza per la morte di Federico?
«Mio figlio non torna, non sarebbe tornato nemmeno se gli avessero dato l’ergastolo, non è la lunghezza della pena che conta ormai, ma come dicevo la condanna che deve esprimere la società e il sistema. Nel nostro caso, il giudice Caruso ha fatto la sua parte, ora per noima mi auguro anche per le altre famiglie deve salire il livello di intervento. Il piano si sposta allo Stato, ricordando peraltro la nostra faticosa battaglia per la verità. Appena dopo la morte di Federico, il procuratore capo disse che non era morto per le percosse. Suonava subito come una sentenza di assoluzione».
Un po’ come il ministro La Russa che ha già parlato di “correttezza” dei carabinieri coinvolti.
«Senta, io ho ancora una speranza. Ecioè che queste cose non succedano più. Ma per evitare che si ripetano, devono cambiare molto le cose ».




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