Divulgata l'ordinanza sui carabinieri
Nonostante questa mattina il gip di Roma Sante Spinaci avesse vietato la pubblicazione dell'ordinanza con la quale è stato confermato l'arresto con detenzione in carcere per i 4 carabinieri coinvolti nell'indagine sul presunto tentativo di ricatto ai danni di Marrazzo, il documento è stato divulgato dalle agenzie di stampa. In un documento di otto pagine il giudice dell'indagine preliminare Sante Spinaci ha ricostruito i momenti salienti della vicenda processuale che riguarda il tentativo di ricatto subito da Piero Marrazzo. Il provvedimento del giudice ricorda anzitutto che il governatore della Regione Lazio «esaminato dal pubblico ministero il 21 ottobre del 2009, ha precisato che tra l'1 e il 4 luglio 2009 Marrazzo si recava in un appartamento per avere un incontro sessuale a pagamento con una certa Natalie. Qui dopo essersi parzialmente spogliato deponeva 3.000 euro - parte della somma concordata pari a 5.000 euro - su un tavolinetto conservando la rimanente parte e i suoi documenti all'interno del portafogli».
«Mentre si accingevano a consumare il rapporto sessuale concordato, si presentavano alla porta d'ingresso due uomini qualificandosi come carabinieri qualificati poi come Luciano Simeoni e Carlo Tagliente ed entrando nell'appartamento assumevano un atteggiamento estremamente arrogante, tanto da incutere soggezione e paura, si facevano consegnare da Marrazzo - che avevano riconosciuto come presidente della Regione - il portafogli con i documenti tenendo in un locale separato Natalie e si recavano in un'altra stanza».
«Al loro ritorno uno dei due gli chiedeva di consegnare loro molti soldi e di andarli a prendere, facendogli capire che altrimenti vi sarebbero state rappresaglie o comunque conseguenze negative, accettando poi che Marrazzo consegnasse loro tre assegni dell'importo uno di 10 mila euro e due di 5 mila euro ciascuno. I due prima di andare via lasciavano un numero di cellulare al quale Marrazzo doveva chiamarli per la consegna di altro denaro, facendosi dare da Marrazzo un numero telefonico per ricontattarlo».
Nell'ordinanza si sottolinea poi che «esaminando il portafogli Marrazzo si accorgeva che dallo stesso mancava la somma di duemila euro e che non era presente quella di tremila euro appoggiata sul tavolino, circostanza della quale Natalie si mostrava contrariata». «Qualche giorno dopo - si legge nel documento - al numero telefonico della Regione che Marrazzo aveva lasciato ai due giungeva una telefonata ricevuta dalla segretaria che gli riferiva che l'interlocutore che voleva parlargli si era qualificato come un carabiniere. Marrazzo aveva dato incarico al suo segretario di presentare per suo conto una denuncia di smarrimento degli assegni e da allora non era più stato contattato».
Durante il colloquio con il pubblico ministero «Marrazzo visionava il video specificando di aver notato la polvere bianca non nel momento in cui era entrato nell'appartamento, ma solo durante la permanenza dei due carabinieri nello stesso, ricollegando la presenza della polvere all'attività degli stessi carabinieri che avevano ripreso il suo documento accanto alla polvere che non c'era più quando era uscito dall'appartamento e al fatto che i due avevano altresì ripreso (sempre con il cellulare, ndr) l'autovettura con la quale era giunto sul posto: infine riconosceva sia pure con assoluta certezza nella foto del Simeone e del Tagliente i due uomini in questione».
Nell'ordinanza del giudice Spinaci ci si sofferma poi sulla posizione di Tagliente, Simeone e del maresciallo Nicola Testini, il terzo dei quattro carabinieri finiti in carcere: «Nel corso di spontanee dichiarazioni - si legge nella motivazione - Tagliente, Simeone e Testini hanno affermato concordemente di avere ricevuto verso la fine del luglio del 2009 da un loro confidente e gravitante nel mondo dei transessuali, tale Gian Guarino Cafasso (deceduto nel settembre 2009) un filmato su cd nel quale era ripreso il presidente Marrazzo in compagnia di un transessuale in atteggiamenti ambigui e nel quale veniva ripresa anche della polvere bianca».
«Il Cafasso aveva chiesto loro di aiutarlo a venderlo e dopo la morte del Cafasso avevano continuato con trattative condotte con l'aiuto del quarto carabiniere Antonio Tamburrino anche attraverso il suo amico fotoreporter Max Scarfone con i rappresentanti di una agenzia di Milano, con i quali era infine stato raggiunto l'accordo per 50 mila euro. Pochi giorni prima della perquisizione (il 20 ottobre scorso, ndr) si erano accorti di probabile indagine nei loro confronti di colleghi appartenenti al Ros e avevano perciò deciso di distruggere i cd contenenti il filmato».
Sempre a proposito delle dichiarazioni dei carabinieri, nel documento del dottor Spinaci, si legge: «Tagliente in particolare dichiarava che circa 15 giorni prima della consegna del video (probabilmente la mattina del 3 luglio 2009) lui e Simeone erano stati contattati dal Cafasso che gli aveva riferito che in un appartamento di via Gradoli era in corso un festino con dei transessuali. Avevano bussato, aveva aperto e si erano qualificati come carabinieri. Era presente un uomo in parte svestito che avevano riconosciuto come il presidente Marrazzo, il quale li aveva pregati di non far nulla per comprometterlo in considerazione della sua posizione e che li avrebbe ricompensati. Aveva quindi fornito a Marrazzo la sua utenza di cellulare e poi si erano allontanati pur non avendo riscontrato reati».
Tagliente, Simeone, Testini nel corso dell'interrogatorio di garanzia secondo quanto è scritto nel documento, hanno modificato parzialmente le precedenti dichiarazioni. In particolare Tagliente e Simeone hanno dichiarato «che effettivamente il video in loro possesso si riferiva all'episodio del loro accesso nell'appartamento di via Gradoli. In occasione di questo accesso era presente anche il Cafasso che a loro insaputa aveva filmato le immagini dell'intervento, che avevano gettato nel water la droga prima di uscire e che avevano informato nella stessa giornata Testini (era in ferie a Bari) della vicenda. Testini ha confermato di essere stato telefonicamente informato del sopralluogo e di avere insieme con i colleghi ricevuto
il video dal Cafasso».
Traendo le conclusioni dopo avere interrogato sabato nel carcere di Regina Coeli i quattro carabinieri arrestati, il giudice Spinaci sottolinea che «dalle risultanze d'indagine emerge un quadro indiziario di assoluta gravità nei confronti degli indagati, in particolare in relazione alle condotte poste in essere per la realizzazione di un piano preordinato (da parte dei tre) e per l'acquisizione di profitti illeciti». Il giudice osserva poi che «la tesi difensiva di Tagliente e di Simeone sulla realizzazione del video da parte di Cafasso appare un mero espediente difensivo teso ad attribuire ad altri la condotta di registrazione che non può invece che riferirsi agli stessi autori delcontrollo, cioè ai due indagati in questione».
Il giudice si sofferma poi sulle argomentazioni portate dal difensore di Tamburrino e di Testini. Queste tesi, secondo il giudice,«appaiono inattendibili posto che Tamburrino non poteva essersi non reso conto in particolare della natura indebita delle registrazioni atteso il contenuto delle stesse. L'inserimento di Testini nella vicenda in questione fin dall'inizio, l'asserita ricezione del video asseritamente nello stesso momento dei colleghi Simeone e Tagliente, il rapporto diretto privilegiato pluriennale con il Cafasso, l'interessamento diretto e pressante nella fase della ricerca degli acquirenti e delle trattative con l'agenzia milanese Masi e il controllo effettuato nei confronti dello stesso Max Scarfone, sono tutte circostanze che ne evidenziano il ruolo primario quale organizzatore dell'illecita operazione».
Secondo il gip la condotta posta in essere dagli indagati attraverso l'abuso dei poteri e la violazione dei doveri inerenti alla qualità di carabiniere è caratterizzata da illiceità fin dall'inizio. Sussistono poi esigenze cautelari per impedire la rimessione in libertà dei quattro indagati si tratta di esigenze cautelari «specifiche ed inderogabili attinenti alle indagini da espletare sui fatti per i quali si procede (perchè) ove in libertà gli indagati possano compiere attività intimidatoria al fine di costringere le persone già sentite o da sentire a ritrattare la versione già resa».
Esiste poi un concreto pericolo di fuga e anche il pericolo che possano essere commessi reati della stessa specie. «Tale pericolo - si afferma nel documento - è argomentabile dalla gravità dei fatti e dalle modalità delle condotte delittuose, espressione di pregiudicatezza ed agevolate dalla qualità rivestita e dai poteri connessi alla stessa, piegati all'esclusiva finalità di lucro perseguita anche con il ricorso a gravi attività delittuose e strumentali come la disponibilità di sostanze stupefacenti che denota per altro il collegamento con ambienti di criminalità organizzata».




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