Lonardo fuori dalla Campania

di Massimiliano Amatotutti gli articoli dell'autore

Alle tre del pomeriggio il Consiglio regionale della Campania, preso atto dell’assenza del suo presidente Alessandrina Lonardo Mastella, allontanata dal territorio regionale con un divieto di dimora (esteso anche a 5 province delle regioni limitrofe) emesso dalla magistratura di Napoli, prende il via in un clima da sommersi e salvati. All’ordine del giorno c’è l’approvazione del Piano Casa, ma l’attenzione dei consiglieri è tutta su un fascicolo di trenta pagine zeppo di nomi. Quel pugno di fogli rappresenta il cuore delle 915 pagine di ordinanza cautelare in cui la Procura partenopea ha condensato circa due anni di indagini sul sistema Udeur in Campania: vi sono trascritte le generalità di 655 persone assunte a vario titolo tra il 2005 e il 2008 all’Arpac, l’agenzia regionale per la protezione ambientale.

I RACCOMANDANTI
Accanto a quelli dei raccomandati vi sono i nomi dei “raccomandanti”: svetta l’ex assessore regionale all’Ambiente, Luigi Nocera, con più di 100 segnalazioni, seguito, con 43 sponsorizzazioni, dall’ex senatore Tommaso Barbato, noto per lo sputo al collega di partito Cusumano durante il voto di fiducia che affossò il governo Prodi. Staccati un ex segretario campano dell’Udeur, Antonio Fantini (36), il leader nazionale del partito Clemente Mastella, il capogruppo in consiglio regionale Fernando Errico, Sandra Lonardo Mastella. Ma l’Arpac era diventata una sorta di grande nutrice, alla cui mammella erano attaccati un po’ tutti. Nell’elenco dei “segnalanti” figurano, nel segno di un trasversalismo degno di miglior causa, politici di destra, di centro e di sinistra. L’elenco è stato rinvenuto in un pc sequestrato nella sede centrale dell’Agenzia: per i Pm della Procura di Napoli quel file avrebbe una valenza centrale nell’inchiesta. È la testimonianza che, partendo dal carrozzone clientelare l’Udeur, sciolto ieri per via giudiziaria, aveva costruito in Campania un granitico sistema di potere gestito, secondo i magistrati, da «una cupola politico-affaristica» a cui non è estranea la camorra. Oltre a lady Mastella, il divieto di dimora ha colpito anche Errico, il consigliere regionale Nicola Ferraro, e altri 15 tra esponenti del partito e imprenditori, tra cui il consuocero dei Mastella, Carlo Camilleri. Agli arresti domiciliari l’ex direttore generale dell’Arpac, Luciano Capobianco, vero fulcro dell’inchiesta: dalle intercettazioni eseguite sul suo telefono – anche mentre parla con l’allora ministro Mastella – emerge quello che il gip Anna Laura Alfano definisce «un vero e proprio furore lottizzatorio». Per 5 imprenditori e un libero professionista, tutti legati al sistema Udeur, è scattato il divieto di esercitare l’impresa e la professione. Gli indagati sono, in totale, 63. Tra essi c’è anche l’ex Guardasigilli, raggiunto da un avviso di chiusura delle indagini preliminari. Le accuse vanno dall’associazione a delinquere alla truffa allo Stato, alla turbativa d’asta, al falso in atto pubblico continuato, alla concussione.

LA PORSCHE IN OMAGGIO
Una tranche dell’indagine è stata trasferita alla Procura antimafia: riguarda l’appoggio dato dai Casalesi all’Udeur alle regionali del 2005: 12mila voti. Dalle carte spunta anche la donazione di una Porsche Cayenne a Pellegrino Mastella, figlio di Clemente e Sandra, da parte del titolare di un autosalone di Marcianise in carcere per 416 bis. Nell’inchiesta è entrato questo e molto altro: nel triennio 2005-2008 il sistema Udeur si ramifica e si consolida. E così, l’acquisto della sede Arpac di Napoli e la ristrutturazione di quella di Benevento avvengono nel segno dell’illegalità, con sfacciati favoritismi per imprenditori amici e grossolane irregolarità. Stessa cosa per il rinnovo dei sistemi informatici. Ma «l’organizzazione» non si lascia scappare niente. Nemmeno la nomina del comandante dei vigili urbani di Benevento: sulla poltrona viene piazzato un fedelissimo, incaricato di favorire una ditta amica nell’appalto per i nuovi autovelox cittadini. E quando il sindaco di Morcone si rifiuta di aderire al partito, l’organizzazione passa dalle lusinghe alle minacce. Stesso trattamento viene riservato al direttore generale dell’ospedale Santobono di Napoli, che non nomina un primario amico degli amici. Perché, scrivono i magistrati, prima che alle istituzioni, «i sodali dovevano essere fedeli al partito».

22 ottobre 2009
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