Da Milano a Napoli un solo grido: «Ora basta, coś si sfascia il Pd»
di Pietro Spatarotutti gli articoli dell'autore
C’è chi è pronto ad andarsene se vince chi non gli piace. C’è chi grida ai signori delle tessere. C’è chi parla di segretario dimezzato. E c’è chi dice che c’è una drammatica questione morale. Ma che succede nel Pd? A ventitre giorni dalle primarie il clima è elettrico. Troppo. A volte sembra che non si stia nello stesso partito. Certo, le regole congressuali accentuano il conflitto, le primarie forse ci metteranno un carico maggiore: bisogna distinguersi, farsi vedere per farsi votare. Però la sensazione è che si stia andando oltre. Ed è la sensazione che viene anche dalla periferia del Pd, da quelli che oggi si chiamano “territori”. «Basta con le barricate». «Così si rischia la fine». «Ci faremo del male». «A chi servono le guerre feroci?». «Finiamola con questo scandalo». Da Milano a Reggio Calabria sono tutti convinti che ci si iscrive a un partito se si condivide il progetto e il senso dello stare insieme. Altrimenti un partito muore. Maurizio Martina, candidato di Bersani alla segreteria lombarda, sta andando al presidio sulla libertà di informazione con le figlie di Biagi. «Sono ossessionato da una cosa - spiega - : tenere il congresso dentro la vita delle persone. Viviamo una crisi dura, qui a Milano il tema dell’occupazione è forte. Per questo sono poco appassionato alle polemiche ». Quattrocento chilometri più a est Debora Serracchiani, che sostiene Franceschini, ha la stessa impressione. «Quando vado in giro qui nel Friuli la gente mi chiede del lavoro. Il congresso è stato utile perché può ridare fiato al Pd, quindi non sprechiamolo ». Dalla rossa Bologna Stefano Bonaccini, candidato di Bersani, è preoccupato: «Gli elettori sono stanchi di tutto questo, finiamola con le accuse e le controaccuse. Basta con le dita negli occhi, ora calma e sangue freddo». Poco più a sud Agostino Fragai, uomo di Franceschini in Toscana, è convinto di una cosa:«Non dimentichiamo chedopo il 25 ottobre viene il 26 e poi ci sarà la sfida delle regionali. Quella è la nostra battaglia. Dobbiamo essere consapevoli che siamo tutti nello stesso partito».
In questa larga parte d’Italia, cioè quella sopra Roma per intenderci, i congressi si sono svolti in un clima sostanzialmente sereno. Non hanno lasciato strascichi. Nessun ferito sul campo. Ma se si va al sud la musica cambia. Le parole diventano più pesanti, il quadro più fosco. La Calabria e la Campania, per esempio, sono le regioni nell’occhio del ciclone. «Non mi piace quel che è successo lì», dice la Serracchiani. Tutti gli occhi sono puntati laggiù. L’accusa: un tesseramento gonfiato che alla fine avrebbe favorito Bersani che qui supera il 70%. Carlo Guccione, che è il suo candidato, non ci sta e respinge le accuse. «Il tesseramento si è svolto negli ultimi due anni quando alla guida del partito c’erano esponenti che ora sono con Franceschini. E poi, quale tesseramento gonfiato se prima Ds e Margherita avevano 90 mila iscritti e oggi il Pd ne ha appena 50 mila?». Suquesto, a dire la verità, concorda anche il suo competitor Pino Caminiti che sta con Franceschini. Dice: «Il problema non è la quantità delle tessere, ma la logica delle correnti blindate. Possiamo dire che qui Bersani supera ogni limite e questo è un fenomeno ridondante?». L’impressione che si ricava è che al Sud si è profuso tanto impegno per portare gli iscritti ai seggi piuttosto che a discutere.E infatti la tensione che si respira sotto Roma è fortissima, con accuse e pugni sbattuti sul tavolo.«Ho visto viaggiare tanti pacchetti di tessere - dice Enrico Fusco, candidato di Marino a Bari - Il dibattitononè stato tranquillo, hannofatto di tutto per ostacolarci. E allora io dico: capisco benissimo quelli che sono schifati».
Con toni diversi anche Ileana Argentin, candidata di successo a Roma per la mozione Marino, racconta una storia simile. «Sì, c’è stata una marcatura a uomo,pressioni fortissime nei congressi. Ma alla gente non gliene importa di tutto questo, ha il problema del fine mese... ». Da Napoli, che è l’altra regione sotto accusa per il tesseramento fuori misura, Enzo Amendola, bersaniano, invita a guardare avanti. «Qui in Campania la destra sta implodendo, tra qualche mese si vota per le regionali, ecco pensiamo a questo che mi sembra un problema più serio». Certo, i problemi reali, ma sulle tessere di troppo come la mettiamo? «Non ho problemi - dice - Il tesseramento è stato fatto in gran parte quando segretario era Veltroni e qui coordinatore era Nicolais che è un suo uomo. Vorrei ricordare che allora fui il solo a porre il problema, scrissi anche una lettera, ma ci fu silenzio. Ora invece parlano in tanti. Perché?». Dai “territori” chiedono di voltare pagina. Se si va avanti con i veleni e i sospetti c’è il rischio che il Pd non veda la luce. E quindi mandano un messaggio chiaro a Roma: ora basta. «Lo sai che cosa voglio dire ai dirigenti nazionali? - spiega la Serracchiani- Primo: non abbandonate il progetto del Pd. Secondo: il segretario migliore sarà quello che prenderà il meglio delle tre mozioni. E terzo: serveuna bella sterzata eun deciso rinnovamento». «Sì, dobbiamo renderci conto di quali sono le priorità dei cittadini, dobbiamo portare il Pd nelle storie reali - aggiunge Martina - E poi finiamola: se hanno votato in tanti nei congressi è merito di tutti, no?». Molti sentono che la destra è in difficoltà. «A un certo punto questo paese girerà le spalle a Berlusconi - dice Bonaccini - Il problema è: si troverà davanti il Pd o no? L’Italia aspetta segnali da noi». Ileana Argentin ha un timore: «Non voglio che il Pd diventi un ricordo. Il nostro nemico è la destra, non siamo noi stessi». Da lontano insomma si guarda alla vicenda nazionale con un po’ di preoccupazione. L’uscita di Rutelli, qualche malumore nei popolari, mettono in ansia. «Scissione? A mepaiono caricature», dice Martina. «Non ci credo, proprio no», aggiunge Bonaccini. «Saranno giorni di guerra feroce, stiamo attenti », spiega invece Fusco. «Se si tira troppo la corda poi sarà complicato salvare il Pd», è il parete di Caminiti. Tutti, da Udine a Bari, vogliono però che si raffreddino i bollenti spiriti. Il congresso è stato lungo, faticoso e nonè ancora finito.Mancano ventitre giorni. Ventitrè giorni per aprire porte e finestre e parlare al paese dei problemi che il paese incontra ogni giorno. E sarebbeun disastro, pensa ognuno di loro, se alla fine di questo percorso ci si ritrovasse senza più un partito.




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