Bersani: «Non rinuncio alla parola 'sinistra'»
È da decenni che Pier Luigi Bersani calca da oratore i palchi delle feste di partito. Ma è la prima volta che si presenta da candidato alla leadership e questo spiega l'emozione, quasi evidente alla fine dell'intervista, con cui si presenta a Genova. Ma sulle parole-chiave della sua sfida l'ex ministro non tentenna, anzi sfida avversari e elettori: «Non faccio il segretario se non posso dire la parola sinistra», dice con orgoglio, rifiutando l'etichetta di «passatista» e di «socialdemocratico» e citando, anche lui, Obama come esempio di modernità che si rifà alle radici. L'attenzione, soprattutto mediatica, è per l'accoglienza riservata dal popolo del Pd al principale sfidante di Dario Franceschini. La sala del Porto Antico è piena, «un centinaio in più - ammetterà poi l'organizzatore Lino Paganelli, più vicino alle posizioni del segretario - rispetto al giorno di Dario», e l'accoglienza di Genova 'la rossà è calorosa. Le distanze dal suo rivale non sono sull'idea paese, sulle inefficienze del governo rispetto alla crisi e sulle categorie da difendere (insegnanti, famiglie, redditi bassi) ma sul partito che sarà a seconda che vinca l'ex comunista o l'ex democristiano. «Io voglio bene a Franceschini ma dire che non sta a lui spiegare le differenze da me non mi è piaciuto. Se in un anno abbiamo perso 4 milioni di voti, sarà un problema un pò di tutti», è la premessa all'elenco di errori «da correggere». Sull'identità, perchè «riformismo non è andare per funghi, un pò qua e un pò là» ma vuol dire partito «popolare, non giacobino, non classista». E qui Bersani scandisce il suo mantra: «Voglio un partito di una sinistra democratica e liberale e, siccome c'è gente che si preoccupa, vorrei anche sdrammatizzare: ci sono state tante sinistre (cattolica, liberale, comunista) e non si offendeva nessuno perchè sinistra allude all'uguaglianza di tutti». In quei valori sono le radici del Pd e Obama, modello politico di tutti i big Pd, è la prova vivente «della modernita» di alcuni ideali e non del «passatismo». Così come il radicamento del partito «di cui tutti ora parlano», è l'unico modo per costruire il partito: «È chiaro che bisogna conoscere Internet ma la sostanza politica è guardare la gente all'altezza degli occhi», scandisce, alla fine, davanti alla platea. Il giorno dopo il successo di Fini tra i democratici, Bersani chiama all'orgoglio di partito «perchè applaudendo il presidente della Camera, in primo luogo abbiamo applaudito le nostre idee». Certo sui temi etici, il Pd ha ancora strada da fare per trovare l'unità e per Bersani «va bene discutere ma poi ci si dà delle regole per trovare una posizione unica». E sui due nodi del dibattito congressuale, rinnovamento generazionale e alleanze, Bersani resta della sua idea. «Ho il compito di fare girare la ruota ma io non riduco i giovani a simboli», afferma mentre poco dopo sullo stesso palco salirà l'astro nascente Debora Serracchiani, passata in pochi mesi dall'anonimato all'europarlamento e ora candidata per il Friuli. E se il primo compito del Pd è fare un'opposizione «combattiva», il secondo è «riorganizzare subito il campo del centrosinistra» senza aspettare «di farlo solo quando avremo il 51 per cento». E se «la raccolta non la fai quando semini», per l'aspirante leader la semina nel campo dell'opposizione va cominciata subito, aprendo il dialogo con «tutte le forze di opposizione», dall'Udc alla sinistra radicale.




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