"L'attentato? Lo so, è stata la mafia, anzi le Br...". La memoria che non c'è

di Andrea Bonzi e Giulia Gentiletutti gli articoli dell'autore

Peccato, se mi avessi chiesto della strage alla stazione sarei stata più preparata. Quella è più famosa. Ah, è questa? Ma non era a dicembre? Piazza Fontana, dici? Boh, può essere... A Bologna, comunque, hanno dato la colpa alle Brigate rosse, anche se si trattò di un complotto. Infatti i famigliari continuano a chiedere verità». Questa giravolta di attentati e responsabilità è patrimonio di un’unica persona: Roberta, 29 anni, leccese che lavora nel capoluogo emiliano-romagnolo come educatrice per disabili. È solo una dei tanti giovani che, in una tranquilla sera d’estate, esibisce con un sorriso ingenuamente sfacciato la più candida ignoranza su uno dei più feroci attentati della nostra storia. Ottantancinque morti e oltre duecento feriti nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria, alle 10.25 del 2 agosto 1980: strage per cui sono stati condannati, come esecutori materiali e in via definitiva, gli ex terroristi neri dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

Attraversiamo i luoghi della movida notturna in una città semideserta, abbandonata dal popolo di studenti che fino a luglio e da settembre anima pub e piazze. A un tavolino sotto il portico di via Zamboni Ilaria Fiorini, 32 anni, impiegata bolognese, sorseggia una birra con le amiche. «Mio padre lavorava in posta in stazione, fortunatamente quel giorno eravamo insieme in vacanza. So che Fioravanti è andato in galera - spiega Ilaria -: sono state le Br». Una convinzione molto, troppo diffusa tra la trentina di giovani intervistati. Il livello di studi non è sempre garanzia di maggiore informazione. Prendi Benedetta, 20 anni, studentessa di Antropologia, seduta in piazza Verdi con una Lucky strike in bocca: «Il 2 agosto 1980? L’attentato delle Br alla stazione di Bologna. Un tema così dentro alla storia di ogni bolognese che si rischia di sottovalutarlo». Eh, già. Flavio, da Gubbio, ex studente Dams in cerca di lavoro e a Bologna dal ‘99, non si sbilancia: «C’è stato un bel botto, ma non saprei dirti chi è stato. Sai...era un gran marasma, con terroristi di destra e di sinistra... Credo sia stata la parte di destra».

Ma, se fosse in un quiz televisivo, l’impressione è che non «accenderebbe» la risposta. Meno male che il suo conterraneo Francesco, 31enne fisioterapista, ne sa anche per lui: «Hanno condannato Mambro e Fioravanti, i due terroristi dei Nar, anche se loro continuano a dirsi innocenti». Si dice preparato Giulio Maroncelli, 33enne avvocato di Roma, in città per lavoro. Ma della sentenza non si fida: «L’ho letta e ho avuto l’impressione che le prove fossero indiziarie. Una persona normale che non sia un giudice non so se avrebbe condannato quei tre. Se sono stati loro, di certo sono stati aiutati: i Nar erano poco più che ragazzini». Giovani e sanguinari vista la lista di omicidi, oltre alla strage, per cui sono stati condannati.

Altra convinzione errata che va per la maggiore è che non si sia mai arrivati alla sentenza definitiva. «Non so niente di preciso - si giustifica subito Fabio, 26enne di Roma, praticante in uno studio legale -: ma sono quasi sicuro che non abbiano mai identificato i responsabili». I mandanti si confondono con gli esecutori. E, non appena ci spostiamo tra i gruppi di ragazzi seduti sul ciottolato di piazza Santo Stefano, si entra nella categoria del «si dice». «Si dice che siano stati i fascisti...», prova Anna, 19 anni, di Bologna. Ma a scuola non avete mai parlato? «No, ho visto un servizio in tv e mi hanno spiegato i miei». Ma non ti hanno mai portato a una commemorazione? «Mai stata. Se capita, stavolta...». Il suo coetaneo Gianluca, bicicletta a mano, ha visto una puntata dei «Soprano» di troppo: «Che sia stata la destra o la mafia non lo so. Sono ripetente, ho perso un anno...».

  «I ragazzi di oggi non hanno idea di niente, nemmeno della bomba atomica - sentenzia Fabriano Fabbri, docente universitario di 38 anni -. Non c’è nessuna coscienza storica. Se non capiscono il passato, fanno poi fatica a capire ciò che accade adesso». Giulia, bellunese di 27 anni, la storia invece la conosce. Ma non l’ha imparata a scuola e nemmeno dai genitori: «Tra le cose che mi hanno fatto vedere i bolognesi c’è l’orologio della stazione, fermo alle 10.25. Ma è una scoperta recente, di due anni fa. Ne sentivo sempre parlare e ho voluto saperne di più». Ultima tappa, le osterie di via del Pratello. La notte avanza e anche i fumi dell’alcol. E questo non giova alle idee, già confuse di per sé. «Troppi ce ne sono di attentati - osserva Andrea, 21 anni, di Senigallia, studente che l’amica Iole (classe ‘81) definisce “nichilista” -, tenere il conto è difficile. Non mi interessa la storia: so che nel mio piccolo non farei nulla di male. Chi la deve studiare, invece, sono i politici».

Non la pensa così Giovanni, informatico ferrarese di 37 anni. Lui, alla cerimonia in piazza, una volta c’è andato. Ma non si è più ripreso: «Ci sono rimasto male. Non cambia niente. Ci sono solo i famigliari delle vittime che pensano ai loro morti, invece dovrebbe essere patrimonio di tutti i cittadini». La strada per raggiungere l’obiettivo, a quanto pare, è ancora lunga.

02 agosto 2009
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