Ciancimino jr: Provenzano scrisse a Berlusconi
di NICOLA BIONDOtutti gli articoli dell'autoreMassimo Ciancimino: «La lettera per Berlusconi me la diede Provenzano». È un vero colpo di scena quello che è avvenuto alle 10.27 minuti di ieri al tribunale di Palermo nel corso del processo d’appello al senatore Marcello Dell’Utri. Tutti aspettavano la requisitoria del Pg Antonino Gatto. E invece il magistrato ha chiesto di poter interrogare Massimo Ciancimino, il figlio del boss democristiano, in relazione ad una lettera di minaccia che Cosa nostra avrebbe inviato a Silvio Berlusconi dopo il suo ingresso in politica. La minaccia riguarderebbe la vita di uno dei figli di Berlusconi, in cambio della quale i boss chiedevano l’uso di una delle reti del Cavaliere.
LA LETTERA SCOMPARSA Su questa missiva, scoperta nel 2005, dimenticata fino a oggi e poi riesumata recentemente in un vecchio fascicolo dai magistrati Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, Ciancimino ha reso una lunga testimonianza negli scorsi giorni. Verbali di interrogatorio coperti da alcuni omissis che il Pg Gatto ha chiesto vengano acclusi al procedimento contro Dell’Utri.
SPUNTA MARCELLO DELL’UTRI Il motivo è semplice. Massimo Ciancimino racconta di aver ricevuto quella lettera in un villino di S.Vito Lo Capo direttamente dalle mani di Pino Lipari, il consigliere politico di Bernardo Provenzano, alla presenza dello stesso Binnu. La lettera andava consegnata al padre Vito, in quel momento in carcere per poi arrivare a Dell’Utri e quindi a Berlusconi. Per l’accusa sarebbe l’ennesima prova che il senatore e fondatore di Forza Italia è in rapporti con ambienti mafiosi. Qualcosa però non torna. Innanzitutto il foglio dove compare la lettera di minaccia è incompleto. Massimo Ciancimino sostiene invece di averlo ricevuto intero. Questo particolare preoccupa non poco il testimone che si dice convinto di essere entrato «in una vicenda più grande di me». Secondo: i magistrati escludono che il testo della minaccia a dir poco sgrammaticato, sia stato scritto da Vito Ciancimino. Eppure l’autore fa riferimento ad un proprio ruolo politico: «...Posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive».
MISSIVA D’ACCOMPAGNAMENTO L’ipotesi è che questo brano possa essere stato una sorta di accompagnamento al vero testo della minaccia. A conferma di questo c’è la testimonianza di Ciancimino Jr secondo cui il padre avrebbe dovuto prestare «la propria consulenza, il proprio parere». Terzo problema: la datazione di questa minaccia e l’obiettivo. Che Silvio Berlsconi fosse già entrato in politica (come riportato dall’Unità il 7 luglio scorso) non c’è alcun dubbio. Quindi siamo dopo il 1994. Proprio a cavallo tra il 1994 e il 1995 Cosa nostra ricevette, secondo la sentenza che ha condannato Dell’Utri a nove anni per mafia, una promessa e un consiglio proprio dal senatore azzurro: «Non fate rumore, perché altrimenti ci mettete in una condizione di non potere fare niente». Il messaggio arrivò alla Cupola tramite il vecchio amico Vittorio Mangano.
IL RAPIMENTO DI COSA NOSTRA In quel periodo racconta un collaboratore di giustizia, Cosa nostra stava progettando un rapimento di una persona importante di Palermo che non venne compiuto proprio dopo il consiglio strategico di stare calmi. Ma da quando Berlusconi è sceso in politica ci sono altri momenti in cui Cosa nostra ha dimostrato la sua insofferenza. È avvenuto nel luglio del 2002. In un rapporto il Sisde segnalava il pericolo di attentati di Cosa nostra, insoddisfatta delle mancate promesse, contro Dell’Utri e Previti come «personalità della politica che indipendentemente dal suo effettivo coinvolgimento in affari di mafia, comunque percepito come “mascariato”, come compromesso con la mafia e quindi non difendibile a livello di opinione pubblica». Pochi mesi dopo la protesta di Cosa nostra divenne pubblica con uno striscione allo stadio di Palermo che recitava: «Uniti contro il 41 bis, Berlusconi dimentica la Sicilia». Comunque sia appare certo che anche questo brandello di lettera entra a far parte della lunga trattativa che Cosa nostra ha intavolato con pezzi dello stato prima durante e dopo le stragi del ’92-’93. Una storia che sembra ancora tutta da ricostruire.



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