Lincredibile storia di Nortel Italia: 38 ingegneri a casa senza un perché
di Susanna Turcotutti gli articoli dell'autore
«Tira l’aria di un funerale annunciato, aspettiamo le lettere di licenziamento, ma non ci fermeremo». Michele Prosperi ha 48 anni, la precisione, l’accento e il piglio di un ingegnere che viene dalla Olivetti di Ivrea, l’aria di chi non ha nessuna intenzione di mollare una lotta che mai si sarebbe immaginato di fare. Una protesta che mischia vecchio e nuovo, capitale, spezzatini e crisi mondiali, finanza e blog (vedasi il dettagliatissimo nortelitaliainlotta blogspot.com). Settantacinque giorni di trattativa approdata da nessuna parte, nove di sciopero, sette senza cibo, a dormire in una tenda piazzata sul tetto dell’azienda per la quale dieci anni fa si è trasferito a Roma. La gigantografia di sua figlia, insieme a quelle di altri quindici bambinetti di pochi anni, appesa sui vetri riflettenti del palazzo. Un simbolo estremo. I bambini. Come a dire licenziando noi colpite loro, il futuro. «Non li sfruttiamo, no: mostriamo la verità». Michele è uno dei 38 ingegneri e progettisti (su 81 tra Roma e Milano) della Nortel Italia, costola nostrana della multinazionale canadese di tecnologie per la comunicazione, che sta per essere licenziato, senza nemmenoil Tfr , per non parlare della cassa integrazione, in omaggio a un tipico paradosso contemporaneo.
L’EQUAZIONE CHE NON TORNA Già, perché l’azienda per la quale lavora, pur avendo chiuso il 2008 con un utile di 5 milioni di euro, pur non essendo insomma “decotta” ha deciso di levare le tende. Niente più industria, si monetizza. La Ernst&Young ha il compito di farne uno spezzatino, e vendere gli asset al miglior offerente. Per miliardi di dollari, naturalmente. Cosìcome è naturale, nel tempo della ferocia, che per rendere più appetibile la merce la si alleggerisca dei costi vivi: i lavoratori. E via, licenziamenti in massa. «In fondo èunproblema di aritmetica di base», spiega Michele. Un’equazione: «C’è il capitale, c’è il management, ci sono i lavoratori che hanno il know how. Nel momento in cui si decide, legittimamente, di ristrutturare, dall’equazione scompare una variabile soltanto: i lavoratori ». Già, perché quello che lascia senza parole questi ingegneri di livello, professionisti da almeno due-tremila euro al mese, non è tanto che si licenzi. Quanto che lo si faccia «con questa brutalità».Conla Ernst&Young «completamente sorda» a qualsiasi alternativa prevista dalla legge e caldeggiata dal governo, per una soluzione meno traumatica. Niente cassa integrazione, nessun incentivo. Fino al paradosso della liquidazione. «Mister Harris - l’incaricato della Ernst&Young - ha fatto sapere che non ci daranno nemmenoil Tfr che pure è nostro. Diventerà un credito e sarà riconosciuto al termine della vendita. Ci trattano come fossimo delle banche», spiega il portavoce della protesta Giorgio Nardese. «All’obiezione che la soluzione è illegittima ha risposto: non ci interessa i dipendenti ci faranno causa, ce la vedremo coi giudici». Una «prevaricazione» della legge italiana che «priva i lavoratori dei loro diritti ». Andasse in porto, diventerebbe «un precedente, pericolosissimo». Per tutti.




Condividi su: 
















