Ocse: "Anche con ripresa disoccupati in aumento"

di Bianca Di Giovannitutti gli articoli dell'autore

L’Italia e la crisi. Da mesi gli organismi internazionali analizzano i dati sul grande choc finanziario e i suoi effetti sulle economie nazionali. L’Ocse è uno di questi. L’ultimo rapporto sul nostro Paese risale a un paio di mesi fa. Molte le ombre, ma anche qualche luce. Per esempio la possibilità di uscire dal tunnel grazie a un sistema bancario più al riparo degli altri dal grande tsunami dei subprime. Banche solide, risparmio prudente: questa la ricetta italiana vista da Parigi. Ma nonostante tutto, resta la sofferenza, inevitabile con una ricchezza in forte contrazione. Ne abbiamo parlato con Pier Carlo Padoan, economista ed esperto di politiche economiche internazionali, oggi vicesegretario generale dell’organizzazione di Parigi.

A che punto è con la crisi l’Italia?
«L’Italia ha sofferto una caduta del reddito considerevole (cosa confermata anche dai dati Istat), così come altri Paesi in Europa, per esempio la Germania. È stato un riflesso della forte caduta del commercio internazionale, quindi la forte caduta delle esportazioni da cui la crescita italiana dipende molto. Insomma, è stata una conseguenza diretta della crisi internazionale. Il che significa che, quando il commercio internazionale smetterà di cadere anche l’Italia subirà un effetto positivo».

Si tratta solo di fattori esogeni? E quelli interni?
«Questo è l’effetto della recessione globale. Detto questo, l’Italia si colloca in questo contesto con un tasso di crescita potenziale (o di lungo periodo) già di per sé basso. È un elemento noto già prima della recessione e che si manterrà anche dopo che la crisi sarà finita se non cambia nulla. Purtroppo allo stato dei fatti non vediamo sostanziali miglioramenti della condizione di fondo dell’Italia».

È un caso solo italiano?
«Purtroppo no: ci sarà un problema di crescita strutturale per molti Paesi nel futuro. È un dato su cui si riflette ancora troppo poco. Questo vale anche per gli Stati Uniti. Nel caso della Cina, è più difficile fare delle valutazioni perché adesso vediamo che la Cina cresce in misura abbastanza sostenuta grazie agli investimenti pubblici. Si tratta di capire se la Cina riuscirà a sostituire in parte le esportazioni con la domanda interna».

Che effetti avrà la bassa crescita?
«Quando si cresce poco tutti i problemi sono più gravi. C’è minore occupazione, e quindi minor reddito delle famiglie. Vuol dire che il debito, già molto pesante in Italia, peserà ancora di più. Sarebbe bene poter aumentare la crescita: e questo ci riporta alle condizioni di bassa crescita in Italia».

L’Ocse considera l’Italia uno dei Paesi più prossimi all’uscita dalla crisi. Perché?
«Finora non c´è stato un effetto di crisi finanziaria paragonabile a quella di altri Paesi. Ma l’indicatore Ocse suggerisce che anche altri paesi come Francia e Germania stanno uscendo dalla recessione In ogni caso siamo preoccupati per l´Italia, come per tutti i Paesi dell´area Ocse, del fatto che gli effetti negativi della crisi sulla disoccupazione si debbano ancora manifestare in pieno»

Per quanto tempo si protrarranno gli effetti sull’occupazione?
«L’esperienza storica dimostra che, quando ci sono delle recessioni, anche se il reddito riprende a crescere, la disoccupazione continua ad aumentare. È un dato costante. Per questo ci aspettiamo un aumento della disoccupazione l’anno prossimo».

C’è un’analisi Ocse sulle differenze territoriali tra Nord e Sud?
«Nell’ultimo rapporto non se ne parla. Ma l’Ocse regolarmente pubblica analisi regionali. Emerge un dato che non è sicuramente nuovo, cioè che in alcune regioni del nord la performance economica è molto buona in base a standard internazionali. C’è una crescita elevata, una bassa disoccupazione, un elevato tasso di crescita della produttività. Invece le regioni meridionali, salvo eccezioni che sono più locali che regionali, hanno un andamento esattamente simmetrico. Tutto ciò genera la media italiana».

Anche i dati sull’istruzione non sono rassicuranti.
«Nell’ultimo rapporto Ocse c’è un capitolo dedicato proprio al sistema educativo italiano. Esistono ampi margini di crescita. Quello che possiamo dire è che nei Paesi dove l’istruzione funziona meglio, c’è una migliore performance di innovazione e di produttività. È un dato robusto e chiaro: confermato in tutte le analisi. Dunque, la scuola risulta un fattore economico fondamentale: il capitale umano è il più importante fattore di crescita della produttività dell’economia. Difatti, anche senza un’analisi approfondita, è ragionevole ritenere che l’efficienza del sistema sia diversificato nelle diverse aree del Paese».

Come dovrebbe migliorare la scuola?
«Il sistema dovrebbe essere più efficiente, legato a incentivi e a un’allocazione delle risorse basata sulla produttività della ricerca».

22 agosto 2009
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