Il sabato nero di Teheran
di Ali Izaditutti gli articoli dell'autore
Trent’anni fa Khomeini disse: con la forza del popolo darò un pugno al governo dello scià. Oggi Khamenei con l’aiuto del governo dà un pugno al popolo. Ecco cosa mi ha raccontato Shervin, un mio amico giornalista di Teheran.
«È sabato sera, 20 giugno. In piazza della Rivoluzione i militari pasdaran e basiji sono pronti, armati e con lo sfollagente elettrico. Anche io sono armato: ho una piccola videocamera nascosta nel chador di mia moglie. La grande folla che si è radunata in piazza Ferdosi cerca di arrivare in piazza Rivoluzione. Difficile: i militari e la polizia hanno chiuso la metropolitana. Ci siamo incamminati a piedi, silenziosamente. Vicino al ponte di Hafez un gruppo di 300 persone in borghese ci circondano, guardandoci in modo minaccioso. Allora ci disperdiamo: con mia moglie prendiamo l’autobus verso piazza Rivoluzione. Lì incontriamo Kamran, un giovane universitario di Yazd. Mentre parliamo, l’autobus si ferma e l’autista dice: “Dovete scendere, non posso proseguire”. Ad accoglierci un centinaio di poliziotti e uno stuolo di motociclisti rombanti. Ma la folla camminava silenziosa, calma. Poi qualcuno ha cominciato a dire: “Non abbiate paura, non abbiate paura. Siamo insieme”. Kamran ha cercato di zittirli, voleva si restasse in silenzio, ma un poliziotto lo ha manganellato con forza». «Povero ragazzo, era ferito gravemente. Il viso pieno di sangue, un occhio gonfio, un tremito alle gambe. Proprio allora è partita una carica, la gente ha cominciato a scappare. Mia moglie e io abbiamo cercato di non farlo calpestare dalla folla impaurita, mia moglie gridava aiuto. I pasdaran hanno preso Kamran per un braccio e per una gamba, lo hanno buttato su un camioncino e lo hanno portato via. Mi hanno colpito con lo sfollagente elettrico alla spalla, mia moglie piangeva, colpita anche lei... Ma il dolore più forte è non sapere che fine ha fatto Kamran. Davvero un sabato nero».



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