«Una candidatura anti apparato»

di Concita De Gregoriotutti gli articoli dell'autore

Il tavolo di Ignazio Marino è coperto di lettere, mail, biglietti. «Sono consigliere e sindaco, ho contribuito a fondare il Pd, non ho ancora preso la tessera: aspetto, per farlo, la sua candidatura». «Sono una studentessa universitaria, la prego, Marino, abbiamo bisogno di lei». Il tenore è questo. Elettori e simpatizzanti del Pd, delusi o disillusi in attesa di ricredersi, persone con un piede sulla soglia: prendo la tessera solo se lei si candida, dicono. «Sento molto forte la spinta che viene dall’elettorato, davvero è qualcosa di palpabile: c’è un grande desiderio di rinnovamento e di nuovo inizio, parole chiare sui valori e sulle scelte, niente più logica della “posizione prevalente”. Sento bisogno di coraggio. Le persone che incontro nelle piazze, negli ospedali, nelle scuole chiedono di essere ascoltate, vogliono essere rappresentate da qualcuno che sfugga alla logica tutta autoreferenziale degli apparati e delle oligarchie. Del resto non c’è chi non veda come questo tipo di confronto allontani il consenso. È come chiudersi in una stanza mentre fuori, in piazza e per strada, se ne stanno andando tutti».

In queste ore Marino è molto preoccupato dalla notizia, anticipata ieri nella rubrica «Il congiurato» de l’Unità, del patto stretto da Gianni Letta con le gerarchie vaticane: un patto che anticipa la discussione sul testamento biologico da ottobre a luglio in modo tale da far passare quel «progetto dissennato» nel silenzio e col favore dell’estate. Sarebbe questa, si dice a Palazzo, la prima moneta di scambio che il clero ha preteso dal governo come condizione per ricucire con il Berlusconi degli scandali sessuali e del Bari-gate. «Ecco che di nuovo si fa un gioco di potere e di interessi sulla pelle dei cittadini. E l’opposizione? Lo denuncia, si prepara alle barricate? Non mi pare».

In effetti c’è uno strano silenzio attorno all’ufficio del senatore a Sant’Ivo alla Sapienza. I notabili di partito sono molto, molto intimoriti da una sua eventuale decisione. La notizia, filtrata sui giornali in queste ore, di una possibile alleanza fra Marino e la generazione dei quarantenni (Pippo Civati e gli altri del Lingotto) nel nome del cambiamento e contro l’eterno conflitto fra Ds e Margherita, fra Ds e Ds, la possibilità che chi non ha conti personali da saldare possa unirsi in una campagna comune cresce nel tam tam delle stanze di chi prepara il congresso. Marino è molto tentato, moltissimo. «Giorni fa fuori dalla sala operatoria mi sono messo a scrivere un testo, una sorta di indice delle questioni sulle quali mi piacerebbe che il congresso discutesse».

Una sorta di manifesto programmatico, in verità. Si parla di diritti civili, di meritocrazia e di laicità. Comincia così: «Come molti ragazzi della mia generazione preparavo gli esami di medicina in compagnia di un mito, un medico anche lui, Che Guevara, un poster nella mia camera. Crescendo ho affiancato a quella la foto di Berlinguer pubblicata da l’Unità nel giorno in cui morì. In quegli stessi anni in cui si formava la mia coscienza di adulto consolidavo le mie convinzioni di credente su principi che non escludevano la partecipazione al fermento sociale degli anni Settanta. Anni dopo, vivendo e lavorando negli Usa, mi sono ritrovato a curare con il trapianto di fegato decine di veterani del Vietnam, soldati contro i quali avevo manifestato da ragazzo». Il Foglio ha pubblicato il testo dicendo che si tratta di «una requisitoria che vale come una candidatura». Non c’è dubbio che sia così. «Dove sono finiti i temi che riguardano la vita di ognuno? Il diritto al lavoro, a un salario dignitoso, alla casa, la gestione dei rifiuti nelle grandi aree metropolitane, i treni per i pendolari, i cinquecento ospedali a rischio sismico, il milione di persone che ogni anno emigra dal sud al Nord per curarsi, gli oltre 200 mila precari di una scuola sempre più povera, la giustizia senza risorse che costringe le persone nel limbo dell’incertezza?».

Il Pd, dice Marino, non è il fine, ma lo strumento: il fine è il bene del Paese. Dunque si candiderà? Il senatore sorride, chiede ancora qualche ora di tempo: «Vorrei fare qualcosa di utile per tutti, portare il mio contributo fuori dalle logiche di potere. I meccanismi congressuali blindano i movimenti di chi non sia già irregimentato. Però forse qualcosa si può fare. Mi lasci ancora un paio di giorni, ho una paziente che aspetta un trapianto: vado, torno e poi ne parliamo».

02 luglio 2009
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