La colpa è non aprirsi al Paese

di Ivan Scalfarottotutti gli articoli dell'autore

Gli iscritti al Pd hanno finora largamente votato per Bersani e per il suo sforzo di costruire un partito dall’identità forte per poi «riaprire il cantiere dell’Ulivo», come l’ex ministro ha recentemente dichiarato. Tutto il contrario del partito che nasceva intorno al «cittadinoelettore » e che voleva dialogare con tutta la società innescando quella «vocazione maggioritaria» che è stata fino ad oggi la nostra parola d’ordine. La costruzione di un’identità forte è un messaggio rivolto tutto all’interno, che compatta i militantimache rende più intricati due nodi fondamentali: scava un fossato tra iscritti e «società civile» e rimette in discussione la stessa missione del Pd. Il tentativo di rendere più piccolo e agile lo scafo per meglio far fronte ai marosi è tattica comprensibile ma per definizione rinunciataria, adatta più al piccolo cabotaggio che al perseguimento del sogno di un cambiamento radicale. Compattare le truppe nell’orgoglio identitario invece di farsi capire da milioni di elettori è il modo di reagire alle crisi che questo gruppo dirigente ha sempre privilegiato e che ha raggiunto il sublime con la repentina elezione di Franceschini alla segreteria: davanti alla già avvenuta fuga di milioni di elettori dalla stalla democratica si decise allora di sigillare ermeticamente le porte della stessa evitando qualsiasi forma di riflessione sulle ragioni di una così drammatica e repentina diserzione.

Quanto alla missione del Pd è chiaro che incaponirsi nel fortificare il confine tra gli iscritti e «resto del mondo» stabilendo cosa siamo noi (e, quindi, cosa non sono «gli altri») solleva la questione della missione futura del Pd e fa esplodere l’interrogativo di cosa succederebbe nell’ipotesi in cui gli iscritti scegliessero il proprio segretario e gli elettori decidessero il 25 ottobre che la persona giusta per guidare il partito per cui votano è tutta un’altra. Si tratterebbe della clamorosa formalizzazione dell’avvenuta separazione tra un’intera classe dirigente e un paese che da anni manda inutilmente messaggi disperati come quello di affidarsi inspiegabilmente ma ineluttabilmente alle cure di un miliardario eccentrico. Il problema non è dunque quello di considerare una colpa quella di essere iscritti al Pd, come si chiedeva retoricamente Filippo Penati su l’Unità di ieri. Il problema sono i messaggi di chiusura che simandanoalla pancia diunpartito in difficoltà incoraggiando la costruzione di unmondoimpermeabile agli stimoli del Paese che lo circonda.

Non si spiegherebbe sennò come un candidato innovativo come Ignazio Marino possa arrivare facilmente al 34% dei voti nel centro di Milano, mentre a Torremaggiore, in provincia di Foggia, su 312 votanti 305 abbiano scelto Bersani, conuna percentuale che avrebbe fatto invidia all’Honecker dei tempi migliori.

22 settembre 2009
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