Un nuovo veleno tra i corridori. Parla Ivano Fanini

di Francesco Caremanitutti gli articoli dell'autore

Il Dilettante Fabio Fazio, 23 anni, morto in corsa, lo Juniores Eugenio Bani, 18, considerato l’astro nascente del ciclismo italiano, 58 i suoi successi fino a ora, positivo alla “gonadotropina corionica umana Hgc”. Rabbia e sconcerto si mescolano così all’incredulità di uno sport la cui agenda pare dettata dagli scandali, pochi giorni fa quello dell’abruzzese Danilo Di Luca, e quasi si fatica a tenere testa alla cronaca quotidiana di una disciplina che rischia la bancarotta economica, perché ormai la credibilità se l’è giocata quasi tutta.

Arrabbiato e mortificato è anche Ivano Fanini, presidente della squadra di ciclismo Amore & Vita McDonald’s, che da tanti anni si batte da dentro il sistema contro l’utilizzo di sostanze dopanti: «Quello assunto da Bani – spiega Fanini – è un vero e proprio veleno, mentre sulla morte di Fazio credo che certa farmacia abbia le sue responsabilità. È necessario fermare questo sport per un anno, dagli Esordienti ai Professionisti. Bisogna fare pulizia e ripartire con regole nuove che non guardino in faccia nessuno, altrimenti i morti non si fermeranno qui».

«C’è un nuovo tipo di doping che sfugge ai controlli, si chiama Hematidè e, secondo il tam tam dei corridori, sta già circolando in gruppo, specie ad alto livello – rincara la dose il patron di Amore & Vita – È un’Epo che va oltre il Cera e che, secondo quanto si sa, sarebbe già inserita nei prodotti vietati della lista Wada, ma non esiste ancora un test in grado di rilevarla».

Ivano Fanini è, purtroppo, una Cassandra inascoltata spinta dall’amore per il ciclismo pulito e che paga quotidianamente l’ostracismo di un movimento omertoso, incapace di liberarsi di stregoni e beveroni.

Oramai sugli scandali doping nel ciclismo potremmo organizzare i calendari tanto sono ripetuti e puntuali?

«Ho avvertito più volte Di Luca, – dice Fanini senza mezzi termini – tramite suo suocero e mio amico Stefano Giuliani, che doveva mettersi in riga perché prima o poi sarebbe stato beccato e, se voleva, durante la squalifica lo avrei aiutato. Su di lui ci sono sempre stati forti sospetti a causa della “assistenza” del dottor Santuccione, inibito a vita, che il ciclista abruzzese ha sempre cercato di far passare come suo semplice medico di famiglia fin da bambino».

È un fiume in piena Fanini: «Nel controllo dello Zoncolan al Giro d’Italia, fu messo in luce che, insieme ad altri, aveva incredibilmente fatto una pipì da neonato e quindi non gli fu comminata alcuna squalifica. Nell’edizione 2007, da lui vinta, penso che non si sia voluto indagare a fondo sul Cera per non privarlo della vittoria, così da non creare troppi danni agli sponsor. Quanto è successo era inevitabile e ora per Di Luca non c’è bisogno di aspettare le controanalisi. Inoltre, non deve dire che smetterà di correre ma che piuttosto si merita la radiazione dal ciclismo con tutto quello che ha fatto e detto in questi anni. Anzi, dovrebbe collaborare con la giustizia per fare luce su tutti questi tristi eventi che lo hanno visto coinvolto e che lui sa benissimo essere, purtroppo, la realtà di tutto il sistema del ciclismo attuale».

Secondo lei, altri atleti hanno fatto uso di Cera all’ultimo Giro d’Italia?

«Penso che il problema del Giro, ma anche del Tour e peggio ancora della Vuelta, non sia Di Luca o quei pochi che per ora sono stati beccati. Se controllassero tutti i partecipanti dei grandi giri in profondità e senza guardare in faccia nessuno, soprattutto gli interessi degli sponsor, non ci sarebbe un classificato».

Nei giorni scorsi i Nas di Roma e Firenze hanno perquisito le abitazioni di Danilo Di Luca a Pescara e del dottor Carlo Santuccione a Cepagatti, provincia di Pescara. Il provvedimento è stato disposto dalla Procura della Capitale dopo la positività al Cera del corridore abruzzese al Giro d’Italia del Centenario che ha portato alla riapertura delle indagini dell’inchiesta Oil for drugs, per cui Di Luca era già stato squalificato per tre mesi nel 2007.

Dopo questa ennesima vergogna cosa dovrebbe fare il ciclismo?

«Fermarsi, prendersi tutto il tempo necessario e imbastire regole diverse. Il marcio accumulato negli ultimi vent’anni da ciclisti, direttori sportivi, manager si rimuove solamente ripartendo da zero, c’è troppa gente che sa e che non parla, c’è troppa omertà, anche tra i giornalisti».

Lei quindi non crede alle parole di Di Luca?

«I ciclisti credono di essere tutti dei professori, sono così tanti anni che fanno uso di sostanze dopanti che ne sanno più dei dottori e accettano rischi sempre più elevati. Pensano di essere più furbi dei controlli e quando vengono intercettati non credono ai loro occhi perché hanno la testa bruciata dal doping».

Come mai alcuni laboratori funzionano e altri no, o meglio perché alcuni sembrano funzionare in un senso e altri in quello opposto?

«È come il doping, c’è chi è più avanti e chi più indietro. La ricerca dei laboratori si aggiorna, ma le sostanze dopanti e la possibilità di nasconderle ancora di più».

Che interesse avrebbe l’Uci a screditare i ciclisti italiani e il Giro?

«L’Uci non ha interesse a screditare alcun ciclista di nessuna nazione. L’impressione è che quando viene fuori un caso sia solo perché il corridore ha esagerato, perché se facessero dei controlli a tappeto dovrebbero fermare tutto il movimento. I casi più eclatanti fanno parlare, ma sono niente rispetto a ciò che quotidianamente accade nel ciclismo».

Che ne pensa degli exploit del Tour?

«Contador ha fatto un Tour da uomo di un altro pianeta, probabilmente anche lui è avanti di dieci anni… Qualcuno mi spiega come mai Menchov, che ha vinto un gran Giro d’Italia, in Francia non ha corso come avrebbe dovuto? Probabilmente ha ricevuto qualche avvertimento ed era preoccupato, altrimenti non si capirebbe un atteggiamento così remissivo».

E del ritorno di Armstrong?

«Che è un corridore avanti di vent’anni su tutto ciò che è doping».

Quali altri nomi verranno fuori secondo lei?

«Attualmente sono molte le procure italiane impegnate nella lotta al doping. È un pentolone talmente grosso che prima o poi traboccherà. Perché lo so? Perché io conosco il mondo del ciclismo e, quando ho potuto, ho sempre collaborato con le inchieste antidoping. Ultimamente nel gruppo si parla di un ciclista al quale hanno trovato un frigorifero pieno di roba. La sua squadra però ha continuato a vincere, un puro caso? Nel frattempo questo corridore pare che continui a ricevere lo stipendio perché non parli».

Perché nel ciclismo c’è tanta omertà e nessuno vuole collaborare con la giustizia?

«Nessuno vuole rinunciare al business. Anche ai tempi di Bartali e Coppi c’era il doping, ma mica come oggi che prendono una sfilza di veleni peggio dei cavalli e nonostante questo c’era più spettacolo una volta. Se riuscissimo a eliminare questa piaga potrebbero ripartire tutti alla pari e i più forti continuerebbero a vincere, andrebbero più piano, non farebbero record di velocità che uno non sa se si parla di moto o di biciclette, ma verrebbe fuori il vero talento».

Oltre ai Nas e alla Guardia di Finanza chi combatte il doping nel nostro Paese?

«L’unico, eccetto i due corpi citati, è Ettore Torri della Procura antidoping del Coni, insieme a un altro molto bravo, ma sono troppo pochi e fanno fatica».

Di doping si muore, perché i ciclisti continuano a utilizzarlo?

«Dicono che se fossero corridori di F1 rischierebbero la vita ogni istante, tanto vale rischiare nel lungo periodo, fare meno fatica e vincere in cambio di successo e soldi».

Si può correre alle velocità attuali una tappa del Tour o del Giro senza doparsi?

«Sì, una tappa, tre, cinque, ma tutto il giro no».

Oil for drugs è sicuramente l’inchiesta antidoping più importante mai imbastita in Italia, perché nessuno ne parla?

«Fa comodo non parlarne. Non mi fraintenda, io amo il ciclismo e spero che un giorno il mio nipotino salga in bicicletta. Ma vorrei che le istituzioni smettessero di investire milioni di euro in controlli antidoping farsa nei Professionisti per concentrarsi sui più giovani. Solo in questo modo possiamo creare una mentalità diversa e allevare dei corridori responsabili. Invece dagli Allievi, salendo ai Juniores e ai Dilettanti è una vergogna per ciò che utilizzano. Per non parlare di quello che succede nelle categorie femminili. Basti pensare alla Bastianelli e alla Cucinotta (rispettivamente numero 1 e 2 in Italia e non solo) che sono state squalificate per risultati ottenuti all’estero. D’altra parte cosa si può sperare se, sia nei giovani che nelle donne, i loro direttori sportivi o commissari tecnici sono ex ciclisti già coinvolti in pratiche simili?».

Alla fine di ogni inchiesta pare che il ciclista incriminato si dopi da solo, com’è mai possibile?

«Chi sta intorno al corridore sa, non può non sapere, ma lo lasciano fare. Nel 1998 un mio ciclista ha rischiato di morire dissanguato, perché aveva sbagliato qualche passaggio. Per fortuna il mio Ds aveva annusato l’aria e l’ha salvato entrando di forza in camera sua. Io ho sempre combattuto contro il doping, ma da allora la mia guerra è diventata a 360 gradi. Purtroppo la maggior parte li lascia fare e fa finta di non sapere».

Perché gli sponsor continuano a investire in uno sport come il ciclismo?

«Fino a un certo punto. In Italia ci sono corridori che non riscuotono e squadre in fallimento, la maggior parte sono sponsor tecnici e poi per l’immagine è importante avere le maglie piene di sigle anche se non pagano».

La gente continua a seguire questo sport, perché?

«Perché è lo sport più bello del mondo e poi perché il tifoso spera sempre che ci sia un cambiamento radicale».

Da sempre lotta contro il doping, pagandone personalmente le conseguenze, quante querele ha ricevuto?

«Nessuna e di cose ne ho dette tante e continuo a dirne ma dico la verità».

Quante minacce per conto terzi?

«Minacce di querele tante, poi mi fanno pagare le mie idee e le mie esternazioni non invitandomi a gare importanti, anche in Toscana, perché gli organizzatori sono legati a un certo giro».

Ha mai inviato agli organi competenti denunce scritte?

«Più volte».

Quali risposte ha ricevuto?

«Che avrebbero preso in considerazione ciò che avevo segnalato».

Cosa la fa arrabbiare di più?

«Stranamente, quando viene fuori uno scandalo, quando viene pizzicato un ciclista piazzato tra i primi tre, al Tour o al Giro, nessuno di quelli dietro reclama, si arrabbia, anzi se ne restano in silenzio, quasi nascosti, come se avessero paura di subire a loro volta controlli più approfonditi. Questo mi fa arrabbiare e mi fa dire che l’intero sistema è marcio, perché se uno fosse pulito reclamerebbe a gran voce ciò che è suo, invece questo non accade. Se Di Luca vuole bene al ciclismo deve parlare, scoperchiare il pentolone e aiutare le autorità competenti a fare piazza pulita di tutto il marciume che c’è oggi nel ciclismo. Pensi che nemmeno le agenzie hanno voluto pubblicare tutte le mie dichiarazioni…».

Chi si ferma è perduto recita un vecchio adagio, ma i perduti del ciclismo del terzo millennio non li ferma nessuno, nemmeno la paura di morire per doping.

 

Chi è

Ivano Fanini, Capannori, 5 gennaio 1951, è un imprenditore e dirigente sportivo italiano, fondatore e presidente della squadra ciclistica Amore & Vita. Nato in una famiglia profondamente legata al ciclismo da varie generazioni, dopo una breve carriera agonistica tra i dilettanti senza risultati di rilievo, si dedica al commercio di autoveicoli, senza però abbandonare il ciclismo. Con la collaborazione del padre Lorenzo e dei fratelli, crea numerosi team che vanno dalla categoria Giovanissimi ai Dilettanti, dai quali sono passati campioni del calibro di Mario Cipollini, Michele Bartoli, Andrea Tafi. Nel 1984 fonda il primo team professionistico denominato Fanini-Wührer e diretto da Gino Bartali; il team Fanini è ancora oggi il più longevo in attività a livello mondiale. Nel 1989, spalleggiato dall’onorevole Roberto Formigoni, presidente onorario del team, e dal Papa Giovanni Paolo II, fonda la squadra Amore & Vita, presentandola in Vaticano, con lo scopo di valorizzare attraverso lo sport, i valori e gli ideali cristiani in cui ha sempre profondamente creduto. Oggi Ivano Fanini è considerato il personaggio simbolo della lotta al doping nel ciclismo. In particolare fu il primo presidente di società ad avere il coraggio di uscire dall’omertà e parlare a viso aperto di un argomento difficile e scomodo come il doping: nel 1996 denunciò alla Procura di Lucca, alla vigilia della partenza del Giro una soffiata da parte di un dirigente della Lega Ciclismo che avrebbe danneggiato un’azione dei Nas contro il doping. Da allora le sue denunce si sono moltiplicate e hanno portato a coinvolgere i più grossi big del ciclismo incluso chi li circonda. Oggi Fanini, vittima dell’isolamento dell’ambiente professionistico che continua a stare nell’omertà, dichiara al mondo che non si fermerà finché non saranno istituiti leggi e regolamenti che squalifichino da 4 a 5 anni i corridori alla prima infrazione e a vita chi è recidivo. Nel 1999, l’ex sindaco di Pistoia, Renzo Bardelli, scrive un libro sulla vita dell’imprenditore. Il 27 dicembre 2000 gli è stata conferita l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.

 

 

30 luglio 2009
  • Condividi su:Condividi su: 
  •  Facebook
  •  Twitter
  •  Myspace
  •  Google
  •  Delicious
  •  Digg
  •  Linkedin
  •  Reddit
  •  Ok Notizie
  •  Blinklist
  •  Zic Zac
  •  Technorati
  •  Live
  •  Yahoo
  •  Segnalo
  •  Up News
--------------------------------------------------------------------------------------------------------