La Roma non è più dei Sensi
di ma.pa.tutti gli articoli dell'autore
A Franco, il patriarca, i sofismi non piacevano. «Certo esiste la tradizione del Milan, della Juventus e dell’Inter ma la lira di Sensi vale come quella di Agnelli». Essere chiari. Contava questo. Silvio, il nonno di Rosella, l’ultima giapponese romanticamente aggrappata a una dinastia che del calcio romano, a partire dal leggendario campo di Testaccio, progettò le fondamenta, avrebbe benedetto la fine della guerra.
Dopo sedici anni di reggenza, un’infinità di acquisti, sogni, contestazioni e virulente battaglie contro il sistema, l’onore delle armi è il minimo che si possa concedere alla famiglia che spese denaro, salute e qualcosa di non valutabile. La passione. Per una squadra di calcio, un pozzo senza fondo di pulsioni ancestrali, bulimie da bar sport e inconsapevolezza trasversale tra “classi”, caste e corporazioni.
Così oggi, nel momento del congedo, Italpetroli, quotazioni in borsa, finanzieri svizzeri e ipotesi russe o americane durate lo spazio di un’illusione, non danno la cifra dei frammenti del discorso amoroso che legò Franco da Visso e l’impegnata progenie (Rosella, Silvia, Cristina) a due colori brucianti come stimmati. La Roma soffriva. Agonizzava tra debiti, arresti e progetti tecnici fragili come cristalli di Boemia. Reduce dall’avventurosa gestione Ciarrapico, i tifosi videro affacciarsi la famiglia nel 1993. Forse intervenne Andreotti, forse Geronzi.
In ogni caso arrivò Franco, lo stesso che sull’autostrada, in prossimità del più importante porto del Lazio, ai compagni di viaggio suggeriva una verità capace di disegnare un impero diverso da quello di Oshima: «Vede laggiù? E’ tutto mio». Prima una diarchia con Mezzaroma, poi il comando singolo, con il richiamo alle radici e alla romanità come punto fermo (il primo tecnico fu Mazzone) e la grandeur inseguita e poi raggiunta in una notte del 2001 in cui Roma non si prese il disturbo di dormire, occupando il Circo Massimo e le rovine per un happening eccessivo e sudato.
Venditti come colonna sonora, la squadra di Fabio Capello, dell’ «unico figlio maschio» Francesco Totti e di calibri di prima grandezza strappati a suon di miliardi alla concorrenza, come supporto visivo e consolazione. «Dimme cos’è, che me fa sentì importante anche se nun conto niente». Una filosofia al comando, la revanche che prendeva l’abbrivio dal dominio Milan-Juve e si riverberava in una sorta di orgoglio indigeno ritmato da radio e televisioni. Roma si ama, non si discute.
Spese folli, quelle di Franco, spesso osteggiate dai preoccupati familiari (quando si trattò di rilevare la società, la sofferta votazione tra le mura domestiche ebbe le sua fronda) ma in linea con una realtà che chiedeva di vincere e non retrocedere a parente povera della lazio cragnottiana. Arrivarono Cassano e Batistuta. «C’era un tempo in cui la rometta era in mano ai politici e nei colpi importanti, le squadre del nord la precedevano regolarmente» sosteneva Franco. Prima, era il sottinteso. Prima che dalla curva di Civitavecchia e dell’oro nero adeguatamente canalizzato, spuntassero profilo burbero, occhiali scuri, parolacce e liti con i giornalisti: «M’avete rotto i coglioni».
La bontà curiale di un forlaniano da sempre affezionato al milieu democristiano. Nonostante lo sforzo, la gestione Sensi ebbe i suoi oppositori, scatenati all’inizio, silenti durante l’età dell’oro e ridiventati marea montante (e non è un caso) quando alla coppia discreta formata da Franco e Maria (quasi un altarino laico e immobile in tribuna d’onore) subentrò Rosella. Più debole e giovane, più attaccabile. Meno carismatica, soprattutto. Un’appartenenza viscerale, quella di Franco che ebbe picchi dialettici e polemici solo meno criptici ma non inferiori alle vette di Dino Viola e che riconobbe in Zeman, l’araldo e il simbolo adatto a propugnare un modello di sport che non avesse l’affinamento del doping come obbiettivo unico.
Poi tramontò anche Zdenek: «Mi fai godere ma con te non vincerò mai» e a dispetto del detestato Moggi, trionfò anche la Roma. Ora che la storia tramonta e che debiti e oneri hanno superato ampiamente gli onori, ecco chiudersi la porta e piovere sull’ombrello aperto per non precipitare, condoglianze pelose e ringraziamenti troppo “spontanei” e univoci per essere sinceri. In molti non vedevano l’ora che accadesse. Ora su Villa Pacelli spira un silenzio papale. Un racconto in cui il meglio si annida tra le pieghe, una nostalgia sprecata. Come eravamo e come non saremo. O la borsa o la vita. E davanti le promesse. Da mantenere, se si potrà.



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