Viaggio a Pomigliano d'Arco sotto assedio: «Porte chiuse ai boss»
di Pietro Spatarotutti gli articoli dell'autoreDint’ a terra de cecate chi tene n’uocchio sulo è rre». Il vecchio proverbio è stato trascritto su un quadro appeso alle pareti della sede del Jazz Festival. Può sembrare la sintesi del sentimento che attraversa Pomigliano d’Arco: chi ha un occhio solo può essere disperato, ma se vive in una terra di ciechi può anche sentirsi un re. Qui però nessuno si sente re, troppi invece stentano a vivere e molti si aggrappano alla Grande Fabbrica che ha portato il lavoro e oggi invece dispensa povertà. Qualcuno su un muro in pieno centro ha scritto: «Noi odiamo la Capitale» E non si capisce se la capitale è Roma o quell’altra che sta più a nord, a Torino, dove si decidono i destini e si cambiano le vite. Insomma, questa città di 40 mila abitanti spezzata in tre dalla Circumvesuviana, dall’autostrada e dalla superstrada, combatte ogni giorno la sua battaglia: sopravvivere o soccombere.
La piazza del Municipio è la piazza dei lavoratori. Si fermano qui, fanno capannello, sul balcone è appeso uno striscione: «Pomigliano non si tocca». L’hanno messo gli operai quando hanno occupato il Comune dopo che la Fiat aveva cominciato a tagliare. Nella stanza del sindaco ci sono sedie ovunque. Carmine, Mario e Giovanni ci aspettano qui perché questa ormai è la loro casa. Sono tre giovani precari licenziati: contratto scaduto, e via. «Mi dovevo sposare – racconta Carmine Romano, 33 anni, una laurea in economia – e invece sono qui senza più un lavoro». Lui, come gli altri, è entrato da interinale: contratti sempre a pezzi, un po’ di giorni per volta. «Anche mio padre era in azienda, sapesse quanti sacrifici ha fatto per farmi studiare», spiega. Accanto a lui c’è Mario Antignani, 40 anni. Sposato, tre figli, paga un affitto di 450 euro. «Ho fatto di tutto – ricorda – il barista, il curativo delle mozzarelle, il trasportatore. Poi nel 2007 m’hanno chiamato e ho sperato. È durata solo due anni».
Mario ha un pensiero fisso: «Mio figlio mi ha chiesto di comprargli le Nike, ma non tengo i soldi. Ho cercato di spiegarglielo che siamo nei guai ma quello è piccolo, mi sono sentito male…». Quasi si commuove, dice che ha passato un Natale da far piangere. Ma qui tutti lo hanno trascorso così. Anche Giovanni La Marca che ha 35 anni, sposato, due figli e un mutuo. «Un giorno mio padre mi ha chiamato e mi ha detto: – racconta – figlio mio, io vado via dalla Fiat, rinuncio all’incentivo così tu puoi entrare al posto mio». È successo a lui e a tanti altri, quasi una beffa, perché poi sono finiti tutti in mezzo alla strada: loro, che in tutto sono 36, più altri 55 che hanno il contratto di apprendistato in scadenza. Poi ci sono gli altri cinquemila che lavorano tre giorni al mese e campano con 750 euro di cassa integrazione. Storie che attraversano Pomigliano, si insinuano nei vicoli stretti, corrono sul viale dell’Alfa Romeo e arrivano davanti all’immensa zona industriale. «Diciamo la verità – commenta Peppe D’Alterio, sindacalista Uil – la Fiat non ha rispettato gli accordi. I padri hanno rinunciato in cambio di niente. Meno male che ci ha dato una mano Bassolino con il sostegno al reddito».
La vecchia ferrovia, ora pista ciclabile, segna il confine tra la città e la Fabbrica. Qui al mattino tanti anni fa era un corteo di tute blu, erano 16 mila allora. Girare nelle strade è quasi un tour del tormento. Ecco l’Alenia, anche lei toccata dalla crisi. L’Avio, finita nelle mani di un fondo pensioni inglese. L’Alfa, che si estende fin quasi ad Acerra. E l’Elasis, il centro di ricerche Fiat (“roba di eccellenza”, sussurrano). Dentro questa immensa città del lavoro c’era anche la Sevel, poi chiusa. Al suo posto oggi un Consorzio voluto dal vecchio sindaco. «Sono 42 aziende che danno lavoro a 800 operai – spiega Adele Rea, la giovane direttrice – Sì, andiamo avanti anche se a rilento…». Quel reticolo di cemento, acciaio e vetro domina la città come fosse il Castello di Kafka. Non si prescinde da quel che succede oltre la ferrovia. Pomigliano è qui, in questo cuore malato che distribuisce affanno a tutto il corpo. Forse è per questo che come sindaco è stato scelto un cardiologo. Si chiama Antonio Della Ratta e ha 58 anni. «Le dico i nostri problemi: disoccupazione, questione sociale, sicurezza – spiega - Ho paura che questa fase di disperazione possa allargare la fascia della criminalità».
Un anno fa qualcuno ha sparato cinque colpi di pistola contro il portone della sua casa. Volevano intimidire. «Volevano mettere le mani sulla città», dice lui. Chi? La camorra, ovviamente. Finora la presenza operaia ha fatto da baluardo, l’unico clan che c’era è stato sgominato, i suoi beni confiscati. Ma nei paesi attorno i boss ci sono, eccome. «Diciamo che siamo assediati», dice Della Ratta. Intanto la crisi si estende a cerchi concentrici: dalla fabbrica ai negozi, i consumi sono crollati quasi del 50%, molte botteghe hanno chiuso, la gente torna al lavoro a domicilio. Il pizzo, che tutti negano, fa il giro delle vetrine. Scippi e furti aumentano. E al corso di difesa personale che si svolge nella palestra comunale già si sono iscritti in sessanta, la maggior parte ragazze.
C’è un nome che rimbalza in ogni angolo di Pomigliano. Ognuno ti dice: merito di Michele, l’ha fatto Michele... Lui è Michele Caiazzo, 53 anni, oggi consigliere regionale Pd, per dieci anni sindaco. È un tipo deciso, uno che sente il polso della sua gente. «In città ci sono sacche di povertà – spiega - diciamo che il 30% dei cittadini ha problemi di sussistenza. E noi non possiamo abbandonare questa fascia margin»le perché altrimenti qualcuno supera il confine della legalità”. Caiazzo è il legame tra Pomigliano e Napoli che dista solo diciotto chilometri. In città si segue la battaglia per le regionali con un po’ di ansia in più. Molti hanno assistito alla piccola guerra tra Bassolino e De Luca con rabbia. «Se ci dividiamo noi…», commentano. «Dovevamo fare di più per evitare contrapposizioni – dice Caiazzo – Ora però tutti al lavoro per allargare la coalizione e fare in modo che De Luca riesca a impedire che torni Cosentino. Al primo posto ci sono gli operai e l’interesse generale, a sinistra bisogna metterselo bene in testa».
Napoli-Pomigliano, una doppia sfida su sui si gioca un pezzo di futuro. Qui infatti si vota anche per il sindaco che è in scadenza e che guida una giunta Pd, Sdi e Liste civiche. Rifondazione è all’opposizione insieme al Pdl. In una città operaia la sinistra ovviamente si è fatta in pezzi. Quelli che un tempo erano tutti nel Pci ora sono divisi tra Idv, Rc, Sinistra e Libertà. Giacomo La Marca, operaio Alenia, è di Rifondazione e questa spaccatura la vive in casa: suo fratello Carmine infatti è nel Pd, consigliere comunale da dieci anni. Giacomo pensa che vada tutto male a Pomigliano: «Troppo traffico, periferie degradate, inquinamento. E poi il Comune si occupa dei lavoratori una volta ogni tanto. Diciamo la verità: il Pd ha costruito un potere clientelare». Paradossalmente l’opposizione di destra è meno perentoria. Carlo De Falco, consigliere Pdl ex An, dice che «non c’è rotta, manca la prospettiva». Però distingue: pensa che l’era del sindaco Caiazzo sia migliore di quella di oggi e che «il nuovo primo cittadino è debole». E allora: alla fine chi saranno i candidati sindaco? Ancora non si sa, a sinistra e a destra per ora studiano le mosse.
Ma sì, Pomigliano ne ha tanti di problemi, che sono l’effetto di questa brutta crisi industriale. Però da piazza Primavera fin quasi ai confini con Santa Anastasia, si vede un paese che ha tentato di difendere la sua dignità. Così tra i vicoli un po’ degradati spunta a piazza Mercato un bel Museo della Memoria ricavato nel rifugio sotterraneo dove ci si difendeva dalle bombe. Nella vecchia fabbrica dello spirito è nato un centro culturale. Nel Palazzo dell’Orologio, dove Mussolini aveva messo un cinema, oggi c’è una biblioteca. Poco distante è stata costruita la Villa Comunale dove d’estate si svolge il Pomigliano Jazz Festival. «Dite, non vi sembra un gioiello?», esagera un po’ Peppe d’Alterio che insieme a Carmine La Marca si porta sulle spalle l’orgoglio di difendere il lavoro fatto e la speranza di domani.
Pomigliano insomma è come sospesa, tra un glorioso passato, un presente difficile e un futuro inafferrabile. Sul viale dell’Alfa Romeo ci sono ancora le Palazzine fatte costruire da Mussolini quando nel 1939 sorse il primo stabilimento dell’Alfa che fabbricava motori per la Luftwaffe, l’aviazione tedesca. C’è chi ricorda quando nel 1971 fu presentato a Torino il primo modello dell’Alfasud e qui fare l’”operaio alla Fiàt” era un vanto. Oggi è tutto cambiato. Tutto maledettamente complicato. Ma Pomigliano non si ferma. «Siamo capa tosta», dicono. Come suggello su questa difficile storia meridionale forse vale la frase incisa nel marmo a due passi dal Municipio: «La dimenticanza è più amara della morte». Qui nessuno vuole dimenticare, nessuno vuole morire.




Condividi su: 
















