Ignazio Marino: un errore privilegiare l'asse con l'Udc
di Simone Collinitutti gli articoli dell'autoreAlla fine lasciano il Palazzo del Popolo a braccetto, per andare a incontrare insieme un gruppo di lavoratori cassintegrati di Orvieto. Ma prima, quando Ignazio Marino e poi Pier Luigi Bersani prendono la parola, non è che proprio se la mandino a dire. Con il senatore-chirurgo che contesta «lo sguardo privilegiato all’Udc, anziché ai contenuti e ai programmi», che è poi quel che serve per «rendere chiara la missione del Pd», mentre oggi «non è chiaro quali siano le priorità del partito». E con il segretario dei Democratici che contesta la lettura dei fatti. «Non stiamo privilegiando l’Udc», risponde Bersani citando a conferma di questo il rapporto con l’Idv e il sostegno del partito alla candidatura nel Lazio di Emma Bonino, anche lei presente e superapplaudita all’iniziativa organizzata dall’area Marino nella città umbra: «Stiamo lavorando per costruire un’alternativa da offrire ai cittadini.
Con un’Italia che sta attraversando una pericolosa curvatura autoritaria e con un Parlamento ridotto a votificio di provvedimenti del governo non possiamo metterci a fare i distinguo. So bene quel che ci divide dall’Udc – risponde Bersani a Marino, che aveva citato la diversa idea dei centristi sulla laicità dello Stato e sull’uguaglianza dei diritti civili – ma di fronte ai rischi che corre la democrazia italiana io tutti quelli che non sono d’accordo con quel che sta succedendo li vado a cercare, e lavoro per accorciare le distanze. Questa è la sfida, e non si può banalizzarla con minuzie».
Per Marino non si tratta proprio di «minuzie» o banali «distinguo». Il senatore-chirurgo ha riunito a Orvieto la squadra che l’ha sostenuto al congresso per lanciare una nuova associazione, «Cambia l’Italia», e per dotare quella che è stata la terza mozione di una struttura organizzata sia sul territorio che a livello centrale. Nessuna nuova corrente, promettono Marino e i suoi, ma il fatto che si dotino di un portale web autonomo e di un coordinamento politico che dovrebbe riunirsi almeno una volta al mese la dice lunga sull’intenzione di dar battaglia. «Chiediamo maggior ascolto e coinvolgimento – attacca l’ex candidato alla leadership del Pd – e mi domando come possa essere plurale un partito se in segreteria, che è l’organismo dove si prendono le decisioni, non è rappresentata la componente che per noi è la più innovatrice». Marino, oltre ad avere una rappresentanza in segreteria (il nome su cui punta è quello del consigliere milanese Ettore Martinelli) chiede un partito «trasparente» ma anche dal profilo più netto, concentrandosi sulle «idee» (e lancia l’idea di una revisione dello Statuto dei lavoratori): «Rischiamo di diventare un partito generalista, come la Rai, mentre poi la gente guarda i programmi Sky perché hanno caratteristiche più specifiche».
Bersani ascolta in prima fila, poi quando tocca a lui ribadisce l’importanza del «gioco di squadra», anche se ammette che «qualcosa manca ancora». Al segretario non piace un Pd nato «con meccanismo di anarchismo e microfeudalizzazione, trascurando il fatto che senza meccanismo di coesione nessuna associazione può esistere». Ammette anche che le candidature per le regionali «hanno fatto venire i nodi al pettine» e che dopo il voto proporrà una riflessione in particolare sui casi Umbria, Calabria, Puglia («e sul caso D’Alema», gli urla uno dalla platea, e lui: «e vabbè’, possiamo anche semplificare così»). Ma non accetta il supposto «privilegio» per l’Udc: «Ci abbiamo messo due secondi a convergere su Emma Bonino, e lei va alla grandissima». La leader radicale apprezza, e parla anche di «nuovo inizio» col Pd targato Bersani.
Ma Michele Meta, pur apprezzando le «aperture» ascoltate nell’intervento del segretario, fa notare che la candidatura di Bonino nel Lazio e la vittoria di Vendola alle primarie pugliesi «non sono due incidenti di percorso». Dopo le regionali, per il coordinatore dell’area Marino, «si dovrà far tesoro di queste opportunità e lavorare per aprire e accogliere, per costruire un “maxiPd”, abbandonando un progetto che allo stato è soltanto una riedizione in miniatura del compromesso storico».




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